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Coronavirus, positivi i genitori dell’infermiera di Sulmona

Coronavirus, positivi anche i genitori dell'infermiera della clinica San Raffaele. Ricoverati all'ospedale San Salvatore. Denunciata la Clinica per negligenza.

Coronavirus, positivi anche i genitori dell’infermiera di Sulmona.

Sono risultati positivi anche i genitori dell’infermiera in forze presso la clinica San Raffaele di Sulmona, risultata contagiata da una paziente di origine teramana, ma operata in una clinica di Bergamo.

I genitori hanno chiamato il 118 per un sospetto di polmonite, come riportano i colleghi di OndaTv; ricoverati presso l’ospedale San Salvatore di L’Aquila, sono stati sottoposti a tampone. Sabato sera il risultato positivo: anche i genitori della giovane infermiera sono positivi al Covid 19. Salgono, così, a 6 i casi positivi a Sulmona.

Intanto una seconda operatrice sanitaria della struttura di riabilitazione alle porte di Sulmona ha avvertito i primi sintomi da Covid-19, ha allertato gli organi preposti ed è stata sottoposta anche lei al tampone nel pre-triage dell’ospedale di Sulmona.

La giovane è stata ricoverata poi al San Salvatore dell’Aquila.

Tutta la struttura sarebbe stata messa volontariamente in quarantena interna dalla proprietà. Tutti, ospiti ed operatori, risiederanno temporaneamente nella Rsa per evitare contatti con l’esterno.

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L’infermiera positiva al Coronavirus denuncia la Casa di Cura San Raffaele.

Sarebbe stato depositato un esposto contro la clinica San Raffaele dai parenti dell’infermiera, in servizio presso la casa di cura è risultata positiva al Coronavirus.

La denuncia ha esposto agli inquirenti l’accusa di negligenza da parte della San Raffaele, che avrebbe permesso il trasferimento della donna dalla clinica di Bergamo, quando la Lombardia era già stata dichiarata ‘zona rossa’. Nell’esposto i familiari chiariscono anche il fatto che l’infermiera sia stata colpita da coronavirus inequivocabilmente all’interno del luogo di lavoro. I familiari della donna hanno ricostruito, infatti, gli spostamenti dell’infermiera e riscontrato il fatto che l’unico luogo per il contagio fosse la clinica, presso cui presta servizio. Nell’esposto si afferma che, ricostruendo gli spostamenti delle persone colpite dal virus, sarebbe emerso come l’unica potenziale causa di contagio sia da rinvenire nell’ambiente di lavoro dell’infermiera, tenuto conto del fatto che dagli inizi di marzo i genitori della donna non erano mai usciti di casa e l’unico luogo frequentato dalla donna fosse stato quello di lavoro.

L’infermiera ha manifestato i primi sintomi lo scorso 20 marzo. Quattro giorni dopo il test ha rivelato che la donna era positiva al virus ed è stata subito trasferita nel reparto di malattie infettive dell’ospedale di Avezzano dove tuttora è ricoverata. Negli stessi giorni anche i genitori dell’infermiera hanno accusato i primi sintomi tipici dell’affezione da Covid 19 e sottoposti a tampone sono stati trasferiti nel reparto di malattie infettive dell’ospedale dell’Aquila.

Stando all’esposto molto probabilmente tale circostanza avrebbe determinato l’esposizione dell’infermiera ad un rischio assai elevato “non ponderato ed assunto in spregio a tutte le misure prescrittive che attengono alla sicurezza sul lavoro ma anche a quelle emanate dai vari decreti resi nel periodo interessato a presidio della salute dell’operatore sanitario”. Nell’esposto, come riportato da ReteAbruzzo, si rileva che già dal 25 febbraio gran parte della Lombardia era stata dichiarata “zona rossa” con decreto del governo, il giorno 8 marzo tutta la regione era dichiarata zona rossa e il 9 marzo l’intero territorio nazionale. Per questo era vietato lo spostamento di persone sul territorio nazionale, salvo motivi di lavoro, rientro nella residenza e motivi insopprimibili di salute. Secondo i firmatari dell’esposto non sarebbero ricorsi motivi di salute per il trasferimento della donna dalla Lombardia alla casa di cura sulmonese, svolgendo solo attività di recupero e riabilitazione ancor di più perché la paziente presentava tutti i tipici sintomi del coronavirus. Agli operatori sanitari, secondo l’esposto, la Casa di cura non avrebbe fornito informazioni sul fatto che la paziente era a rischio infettivo. Nè la casa di cura avrebbe adottato tutte le precauzioni per evitare che i dipendenti potessero rimanere contagiati dal virus. Inoltre la clinica S.Raffaele non avrebbe segnalato la problematica ad Asl, Regione e Comune di Sulmona. Con la denuncia gli avvocati Alessandro Margiotta e Armando Valeri, che assistono i familiari dell’infermiera contagiata, hanno chiesto il sequestro della cartella clinica della paziente teramana, proveniente dalla clinica bergamasca, dove avrebbe contratto il virus.
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