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Coronavirus e comunicazione, Chiara Ferragni batte i politici

Coronavirus e comunicazione, per il sociologo Andrea Fontana il modo di comunicare delle istituzioni è "terribile". L'influencer Chiara Ferragni batte i politici di professione.

Coronavirus e comunicazione, per il sociologo Andrea Fontana “funziona” meglio l’influencer Chiara Ferragni rispetto ai politici di professione.

Secondo il sociologo della comunicazione Andrea Fontana, “il modo di comunicare delle istituzioni nell’emergenza Coronavirus è terribile e per questo servono nuovi leader in grado di immaginare il futuro”.

Andrea Fontana è un sociologo della comunicazione, docente universitario, ted talker ed esperto, tra le altre cose, di storytelling politico.

Fontana ha ricordato le dirette Skype che non funzionano, il Dpcm in diretta Facebook e quello delle bozze anticipate ai giornali amici la mascherina di Attilio Fontana e quella di Vincenzo Boccia, gli aperitivi di Beppe Sala e Nicola Zingaretti, il lanciafiamme di De Luca, gli apri-tutto e chiudi-tutto di Matteo Salvini.

Sono passati poco più di 30 giorni dall’inizio dell’epidemia di Coronavirus in Italia e già per Fontana, “non si contano gli errori di comunicazione dei leader politici italiani. Uno strano caso, se si pensa che fino a ieri si diceva che la politica in Italia fosse solo comunicazione”.

“Un problema nel problema – spiega Andrea Fontana, intervistato da Fanpage – Non credo sia il momento di essere diplomatici: il modo di comunicare delle istituzioni è terribile”.

Addirittura terribile, Fontana?

Non puoi dire, nel momento più grave della storia recente di questo Paese, che ‘chiuderemo tutto, ma voi dovete stare. tranquilli’, come continua a fare Giuseppe Conte. Si possono fare scelte estreme – e questo governo le sta facendo – ma vanno motivate correttamente e spiegate nella loro gravità. Altrimenti la gente non capisce, va in confusione. Ed è in questa confusione, in questa sottovalutazione della comunicazione che nascono le fake news e le realtà alternative.

Parla di sottovalutazione. Eppure la sensazione e di essere in un contesto di sovra-comunicazione: non si contano gli interventi televisivi e sui social network di Conte, di Fontana, di Sala, di De Luca…

È vero, ed è un paradosso che la comunicazione sia trattata in modo così dozzinale, in una fase di iper-comunicazione. Il tema non è la quantità, ma la qualità. Estremizzo, ma ci sono state prese di posizione di influencer come Chiara Ferragni che si sono rivelate più politiche di quelle di qualche politico di professione.

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Addirittura?

Non solo: si è cominciato a comunicare solo attraverso la via della comunicazione scientifico-medica, abdicando a tutte le altre possibilità: dov’è la psicologia? Dov’è la sociologia? Com’è possibile che in un mese l’unica comunicazione che è passata è quella della conta dei morti? È una comunicazione che non lascia speranza.

 

Come si inverte la rotta?

Una cosa da fare subito sarebbe quella di affiancare alla comunicazione sanitaria, una comunicazione di futuro: non possiamo rimanere fermi a contare il dramma. Questo non genere solo paura, ma angoscia sociale. E questa angoscia sociale va combattuta.

Cosa serve per farlo?

La domanda giusta è chi serve per farlo: servono leader. Leadership non vuol dire autoritarismo: leadership vuol dire immaginare un futuro. Nemmeno la scienza, peraltro, ha dato prova di leadership: ci sono zuffe da pollaio anche tra gli scienziati. Non è un problema di scienziati o di politici: è un problema di scienziati e di politici che non sanno comunicare. E non è nemmeno solo un problema italiano.

In che senso?

Nel senso che anche le grandi leadership mondiali stanno dimostrandosi inadeguati. Qui cambierà tutto: quando usciremo dalle nostre cosa sarà come essere nel 2070. In 4 settimane saranno passati 40 anni. Abbiamo assistito a una chiusura nel locale quasi medievale delle nostre società. Oggi come oggi, un miliardo di persone è chiuso in casa, una cifra che mette i brividi. Oggi tutto questo avviene in modo legittimo, ma è curioso che avviene prevalentemente in Occidente, nelle democrazie liberali. È una domanda legittima chiedersi cosa succederà dopo.

Cosa succederà dopo?

Nel momento in cui sospendo la libertà civile e leggi democratiche e non spiego più niente – né tantomeno do un limite a questa sospensione – si crea un vuoto di futuro totale. E il vuoto di futuro è pericolosissimo.

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