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Emergenza Poesia, la solitudine secondo Emily Dickinson

L’enigmatica Emily Dickinson scriveva di ciò che più la affascinava e nel contempo la spaventava: la solitudine. L'appuntamento con la poesia in emergenza di oggi, curato da Alessandra Prospero

Emergenza Poesia, la solitudine secondo Emily Dickinson

Ha una sua solitudine lo spazio,
solitudine il mare
e solitudine la morte,
eppure tutte queste son folla
in confronto a quel punto più profondo,
segretezza polare,
che è un’ anima al cospetto di se stessa:
infinità finita.

“Ha una sua solitudine lo spazio”, Emily Dickinson

L’enigmatica Emily Dickinson scriveva di ciò che più la affascinava e nel contempo la spaventava: la solitudine. In una forma estrema di esorcizzazione, la poetessa americana si ritira definitivamente dalla realtà in un totale isolamento, dal 1870 al 1886, anno della sua morte. Forse perché leggere fu il suo peccato (quello che il padre temeva che commettesse) e la sua condanna o forse, più semplicemente, la sua dimensione. La sua fu “una vita scritta e non vissuta” come la definì Montale, sin dall’infanzia, anche a causa di un’educazione puritana molto rigida impartitale dalla famiglia. Austera e sensuale, matura e adolescenziale, decisa e temeraria, ma anche tenera e femminile, la poetica di Emily Dickinson ne rispecchia appieno la personalità. Era magica ed inquietante, criptica, anche per quel che riguarda la sua identità sessuale; tutto è suggestione in un personaggio del genere. La scelta di abbracciare la solitudine e di infliggersi un totale isolamento dal mondo furono il frutto di una decisione maturata negli anni: tutto ciò di cui la poetessa aveva bisogno si trovava in quella dimensione monadica di contemplazione e creazione.

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