Luli dal dolce sorriso, storia di una donna venuta dalla dittatura

Storia di ribellione e di coraggio. Non c'è e non ci può essere un solo giorno per celebrare la forza di una donna. Torna l'appuntamento de Il Capoluogo dedicato alle donne.

<h1>Storia di ribellione e di coraggio. Non c’è e non ci può essere un solo giorno per celebrare la forza di una donna. Questa è l’incredibile avventura di Engjellushe, da tutti conosciuta come “Luli”.</h1>

Il volto di Luli, segnato dalle prime giovani rughe e da uno sguardo fiero e in pace con se stesso, è il volto di una donna come tante e come nessuna allo stesso tempo. Luli, così l’ho sempre conosciuta. Ho scoperto solo in occasione di questo articolo che il suo nome di battesimo è per me nuovo e impronunciabile. Engjellushe Sheno, da oggi nel mio immaginario dei modelli inconsapevoli e silenziosi ci sarà anche lei.

Avevo otto anni quando nella cucina di casa mia sentii parlare la mia mamma di una ragazza arrivata dall’Albania dopo un lungo viaggio. Cercavo di rubare senso alle chiacchiere, senza riuscirci davvero. Qualcuno mi spiegò che Luli aveva attraversato il mare in condizioni difficili, io nel mio mondo rosa di bambina idealizzai una nave in mezzo alla tempesta. Solo molto tempo dopo conobbi la storia per quello che era.

Engjellushe era cresciuta a Korca, nella periferia di Corizza, in Albania, sotto le pressioni del regime comunista di Enver Hoxha, ultima barricata marxista, ideologicamente e fattivamente lontana tanto dalla democrazia, quanto dall’egocentrismo politico di Stalin. Come ogni dittatura si fondava sulle privazioni. La morte di Hoxha nel 1985 e la caduta del muro di Berlino scatenarono un popolo saturo e sciolsero le menti educate degli ambienti universitari di Tirana fino a farne i leader di un moto insurrezionale. E se il regime era ormai destinato ad una lenta e inarrestabile fine agonizzante, la fame e gli strascichi sociali e finanziari raccontavano di un Paese ancora in ginocchio, la cui rinascita si intravedeva appena. Nel quadro di una famiglia semplice, rispettosa delle regole e obbligatoriamente accondiscendente nei confronti di uno Stato Padrone, Luli decise di inseguire il sogno di una vita diversa, fatta di libertà. Ultima  di sette fratelli, sulla spinta degli studi fatti al “Gjimnaz”,  guardava all’America d’Europa – così ha definito l’Italia dei primi anni ’90 – col desiderio di diventare un giorno una brava capo cantiere. Il che è quasi sintomatico di una vita di ristrettezze e divieti secondo cui il ruolo della donna era facilmente confinabile entro le arcaiche visioni maschiliste. Trovo poi avvincente il desiderio innato di essere a capo di una squadra di uomini.

Un milione e mezzo di lire, tanto costò la tratta illegale che l’avrebbe portata in America, con sbarco a Lecce. Era l’agosto del 1994, e l’Italia aveva già conosciuto la disperazione dell’esodo albanese. A Luli si rompe la voce raccontando la follia di quell’addio. Sua mamma Carciko avrebbe saputo che era viva solo due mesi dopo averla vista partire. Un bagaglio leggero, in tasca poco e niente. Era consapevole dei rischi del buio su un gommone caricato oltre il doppio della sua capacità. Dal dramma dei beat people, arrivati in oltre ventimila a Bari all’alba del 7 marzo del ’91, le traversate non si erano mai fermate. Arrivata a Valona i trafficanti del mare la inserirono in un gruppo di quarantacinque persone e tutti insieme furono “ammucchiati” su un gommone da venti posti. Partirono nel silenzio della notte «sette o otto gommoni, non  ricordo di preciso. Lo scafista, intorno alle tre di notte, mi porse un pezzo di pane. Avevo lo stomaco chiuso.»

C’è una cosa poi che mi ha commosso nelle parole strozzate di Luli. Le ho chiesto cosa ricorda del momento esatto in cui ha toccato terra italiana. Lei mi ha spiegato, suppongo, con lo stesso patema d’animo di quella notte, che il cielo su Lecce era un cielo che non aveva mai visto. Lo guardava e vedeva sopra di sé un cielo infinitamente libero. Allora la mia mente l’ha vista nuotare nel buio dopo che gli scafisti riversarono in mare donne, uomini e bambini a decine di metri dalla riva per poter tornare indietro senza essere avvistati. E mentre toccava terra e correva con tutte le sue forze per lasciarsi alle spalle il mare e una vita passata sotto la dittatura, guardava le stelle d’America come se stesse venendo al mondo per la seconda volta.

Quello che Luli non immaginava era che la vera odissea sarebbe cominciata solo in quel momento.

Trovò riparo da uno zio, precedentemente messo al corrente del suo arrivo in Italia, a Castiglion del Lago, sul Trasimeno. Si diede subito da fare nell’accudire la padrona di casa in attesa di regolarizzarsi sul territorio italiano. In quei giorni cercava sollievo dalle fatiche  fisiche e mentali del viaggio e cercava di apprendere una lingua a lei sconosciuta. Il primo dono ricevuto dalla sua amata America fu Gino. Un uomo di paese, semplice, un abruzzese  e un lavoratore, proveniente da una famiglia umile e numerosa. Lo vedeva passare sotto casa per andare a prendere un amico, lui spesso incrociava il suo sguardo. La loro storia cominciò con delle lunghe passeggiate. Luli e Gino si raccontavano tutto. Lui ascoltava rapito quel passato sofferto e quell’ultima storia di coraggio. Il tempo all’improvviso sembrava passare più in fretta e, in quelle camminate sul lago a raccontarsi pezzi di vita, Gino e Luli si innamorarono al punto che per Gino, quell’essere clandestina della sua bella dagli occhi a mandorla, cominciava a pesare quanto un macigno.  Dopo sei mesi, consapevole del beneficio che avrebbe apportato alla condizione di Engjellushe e altrettanto sicuro dell’amore che li legava, Gino le chiese la mano. Il 20 agosto del 1995, ad un anno esatto dalla sua partenza da Valona, Luli fu accolta dalla grande famiglia rovetana di Grancia e disse “sì” convolando a nozze col suo Gino.

Il viaggio di nozze fu l’occasione per tornare da donna libera in Albania e far conoscere alla sua famiglia l’uomo che l’aveva resa una moglie felice. Qui, l’inizio dell’incubo. L’ambasciata italiana in Albania riferì di non poterle riconoscere il visto per tornare in Italia, nonostante il certificato di matrimonio e il documento di residenza italiana. Venne consigliato a Gino di lasciare l’Albania e tornare in Italia per ottenere il riconoscimento familiare, senza il quale sua moglie non avrebbe potuto lasciare la terra natale. L’uomo, fortemente provato e contrariato all’idea di partire da solo, lasciò Korca e si mise al lavoro per far avere a Luli i documenti necessari. Ciò che avrebbe provocato in lui una vera e propria crisi isterica ed esistenziale sarebbe stata una chiamata di Luli due giorni dopo averla lasciata. «Camminai fino alla posta, feci a piedi circa cinque o sei chilometri. C’era sempre una lunga fila per accedere alla cabina pubblica, almeno sessanta persone. Quando finalmente, a distanza di ore, fu il mio turno e riuscii a sentire la voce di mio marito, gli dissi tra le lacrime che aspettavo un bambino». Immaginate la reazione di Gino.  La disperazione montò sulla difficoltà di ottenere gli incartamenti voluti e la consapevolezza che, anche in caso di fortuna, ci sarebbero voluti non meno di sei mesi. Dall’altra parte del mare, prigioniera delle macerie lasciate dalla dittatura dalla quale era fuggita, Luli cedette allo sconforto e venne ricoverata d’urgenza in ospedale con una serie di problemi che misero a rischio la gravidanza.

Saranno mesi difficili per lei, ma mai si sottrarrà alla volontà di tornare in Italia e di non permettere che la sua bambina – sarà una femmina – nascesse in Albania, lontana da suo padre, figlia, come lo era stata lei, delle restrizioni politiche ed ideologiche di un regime totalitario. Mossa dall’ultimo impeto di forza, al prezzo di settecentomila lire, acquistò i documenti che le avrebbero permesso di imbarcarsi quanto prima su una regolare nave per Bari. Era il novembre del 1995 quando Luli e la nuova vita che portava in grembo,  salparono da Durazzo alla volta della Puglia, pronte, inconsapevolmente, ad affrontare l’ennesimo scherzo del destino. Dopo quasi dodici ore di viaggio, intorno a mezzogiorno, la Polizia si fece trovare ad attendere il traghetto, pronta a rispedire in Albania ben settanta passeggeri muniti di documento non regolare, tra cui Engjellushe.

A quel punto la corsa verso il Comandante e la disperata richiesta di aiuto. «Questa è la mia fede. La vede? Sono una donna sposata, sono incinta, la prego, mi lasci tornare da mio marito, è da ieri che non mangio, non sto bene. Non permetta che mio figlio sia costretto a nascere là.» Luli non toccherà cibo per le successive ventiquattro ore. Tanto ci vorrà per compiere due volte la stessa tratta: Bari-Durazzo, Durazzo-Bari.Il Comandante la prese a cuore. La rinchiuse all’interno di una piccola cabina: «Non uscire per nessun motivo e non aprire ad anima viva. Apri solo a me, busserò due volte per farmi riconoscere. Ora non posso farti scendere, ti riporterò a Bari domani notte.» Due bottigliette d’acqua e nulla più.

La sera dopo, come le era stato promesso, la luce della luna la accompagnò fuori da quella cabina, verso gli occhi increduli e le braccia esasperate di Gino. Come una sentenza, l’imperativo dolce di quel comandante che aveva cambiato le loro vite. «Portatela via.»

 

IlCapoluogo.it parlerà di donne tutte le domeniche. Storie, temi, riflessioni, affinché l’8 marzo sia tutto l’anno.