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Coronavirus Abruzzo, medici sfiniti in “trincea”

Gli eroi del Coronavirus: i medici, il personale sanitario, sfiniti da turni massacranti e dalle mascherine che non bastano per tutti. La lettera aperta di un medico abruzzese.

Turni sfiancanti, le mascherine che non bastano per tutti, l’isolamento e la paura di sbagliare; questa la vita del medico abruzzese che combatte e cerca di sconfiggere un nemico ancora tanto sconosciuto che si chiama Coronavirus.

Angeli silenziosi, eroi senza spada, come se la frontiera su cui sono schierati per proteggersi e proteggerci fosse in uno spazio lontano.

Il Capoluogo ha raccolto la testimonianza di un medico abruzzese, non importa il suo nome, uno dei tanti che in questi tempi di emergenza lavora anche 12 ore al giorno presso uno degli ospedali della regione dove ci sono anziani ma anche giovani intubati e ogni giorno si fa la conta dei nuovi positivi e si tira un sospiro di sollievo per qualcuno che comincia a stare meglio.

Il problema principale adesso sono le protezioni, ovvero le mascherine, senza le quali è impossibile stare e a quanto riferito non ci sono per tutti i medici e il personale sanitario operante negli ospedali.

“Mancano i dispositivi di protezione individuale per il personale medico e sanitario – spiega – sono centellinati e presenti solo nei reparti di malattie infettive e rianimazione. Per tutti gli operatori sanitari che si trovano a lavorare in prima linea mancano  invece le normali macchine chirurgiche”.

“Non ci sono per un semplice motivo: non eravamo pronti, non potevamo immaginare e non c’è stato tempo per ordinarne a sufficienza!”.

A Roma intanto sono partite le prime lettere di diffida per la fornitura dei dispositivi perchè non sono stati consegnati.

Dispositivi che proteggono soprattutto loro, i medici, il personale infermieristico, i primi a essere esposti al contagio. Quella mascherina, oggi così preziosa, che tenuta tutto il giorno, lascia anche i segni, insieme alla fatica, al caldo per le doppie protezioni alla paura di sbagliare.

“Gli ospedali in Abruzzo hanno reagito con forza, non siamo al collasso ma alcune unità, come la rianimazione di Pescara è al limite, con tutti i post di terapia intensiva occupati”.

Posti occupati e casi in aumento; “l’ospedale di Atri è stato sanificato, nella zona di Castiglione Messer Raimondo e paesi limitrofi stanno venendo fuori tanti positivi, dove abitava pure la prima paziente Covid positiva, ricoverata all’ospedale di Atri e trasferita poi a Teramo a Malattie infettive”.

Quando uscirà l’Abruzzo ma, in generale tutto il Paese dall’emergenza?

“Pronostici non se ne possono fare, se si osservano le disposizioni in maniera precisa, il coronavirus  dovrebbe avere il prossimo picco entro una settimana/10 giorni per poi scemare. Non abbiamo la palla di cristallo, seguiamo i calcoli epidemiologici e statistici sulla base di quello che è successo in Cina”.

“I giovani in terapia intensiva sono tanti, quindi abbiamo sfatato un ‘mito’, per cui il Coronavirus è una patologia che colpisce solo gli anziani: state a casa, chi può, non uscite, forse solo così potremmo venire fuori! Ci sarà un lieto fine solo se rispettiamo le norme. Quindi state a casa, rispetate le distanze di sicurezza”.

“Viviamo una situazione molto difficile, il Coronavirus ha scoperto un nervo dolente della sanità italiana: la mancanza di medici! A questo si aggiunge l’ultima aberrazione che sta venendo fuori: stanno proponendo dei contratti a dei giovani specializzandi senza tutela, tipo co.co.co, come se il nostro lavoro valesse davvero niente!”.

“Abbiamo subito in questi anni dei drastici tagli alla sanità pubblica, siamo arrivati a dover affrontare il Coronavirus completamente debilitati. In tutto il Paese negli ultimi 10 anni abbiamo perso oltre 70.000 posti letto, con 359 reparti chiusi, oltre ai numerosi piccoli ospedali riconvertiti o abbandonati. Con il risultato, che oggi preoccupa ancora di più un Paese sotto choc, che siamo arrivati in Italia a 3,2 posti letto per mille abitanti. La Francia ne ha 6, la Germania 8. Facciamoci due conti!”, conclude.

La foto allegata all’articolo è simbolica.

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