“Le donne devono stare ai fornelli”

Le donne e il pregiudizio all'interno del giornalismo sportivo. IlCapoluogo.it parlerà di donne tutte le domeniche. Storie, temi, riflessioni, affinché l’8 marzo sia tutto l’anno.

“Le donne devono stare ai fornelli”. Chi, oggi, non condannerebbe questa frase?

Una frase che non solo non dovrebbe essere pronunciata, ma neanche pensata. Una frase che, invece, anni fa, venne pronunciata proprio davanti a me. Proprio in riferimento a me. Perché una donna, una ragazza, che ha la passione per il calcio, non può minimamente pensare di sentirsi alla pari dei suoi colleghi. Perché le donne, si sa, in un campo di calcio c’entrano ben poco.

Questa frase mi è stata detta qualche settimana dopo aver iniziato a lavorare come giornalista, o apprendista tale, in ambito calcistico. E non da una persona qualsiasi, ma da un collega. All’epoca, avevo solo sedici anni. E quanto deve essere semplice, per un uomo, prendersela con una ragazza così giovane? Troppo. È una preda fin troppo facile. Ma cosa si guadagna, nel distruggere il sogno di quella ragazza? Nel distruggere la sua passione, i suoi sacrifici, i suoi sforzi per poter finalmente essere ciò che ha sempre desiderato. Si guadagna la gloria eterna? Si guadagna una risata con i colleghi? Niente di tutto questo. Quel giorno, nessuno rise di quelle parole. E, in fondo, la cattiveria con cui erano state pronunciate non desiderava realmente far ridere. Quel pensiero, intriso di veleno, era sincero. E, a mio modo di vedere, è ciò che lo rende ancor più crudele.

Quel giorno, però, feci una scelta. Scelsi di ignorare. Non perché non desiderassi rispondere. Non perché non desiderassi parlare. E non fu la paura a bloccarmi. Quelle parole non mi spaventarono affatto. Scelsi, semplicemente, di tornare a guardare verso il campo dello Stadio “Tommaso Fattori”, lo Stadio che mi ha consacrato. Scelsi di ricominciare a scrivere, di tornare a fare ciò che davvero amavo, con le persone che ritenevo degne della mia attenzione e del mio rispetto. Con le persone che, realmente, hanno saputo darmi degli insegnamenti. Quei colleghi che, senza problemi o pregiudizi, hanno accompagnato una ragazza di sedici anni all’interno della fossa dei leoni e l’hanno aiutata a crescere, per realizzare il proprio sogno. Perché oggi di anni ne ho venticinque, e da cinque sono ufficialmente giornalista. E il mio sogno, tra ostacoli, felicità e sacrifici, si è realizzato.

E, sì, il calcio è una fossa di leoni. Da sempre un ambiente ostico per le donne, soprattutto se il desiderio è crescere professionalmente e non essere messe come manichini in bella vista per attirare il pubblico maschile. Avere a che fare con un ambiente totalmente composto da uomini non è affatto semplice. Significa combattere contro i pregiudizi, contro dirigenti che punteranno sempre il dito contro “una femmina che di calcio non capisce nulla”, per screditarla quando fa domande fin troppo scomode, contro i messaggi, i commenti e le battute dei calciatori che non vedono nella ragazza una figura professionale. Ma significa anche imparare a crescere. A combattere, a mostrare il proprio valore, a credere in se stesse, a capire qual è il lato del mondo che merita davvero una risposta e quale, al contrario, non è degno neanche di uno sguardo.

Abbiate sempre la forza di andare avanti. Siate più forti dei pregiudizi. Ridete, quando qualcuno pensa che non sappiate cosa sia un fuorigioco. Ma, soprattutto, divertitevi. Perché il calcio, quello vero, quello onesto, quello seguito con il cuore, quello aperto a tutti, è vita.

Solo così raggiungerete i vostri sogni.