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Io, vittima di stalking, alle donne dico: “Non smettere di lottare”

La fine di un amore e l'inizio di un incubo. Stalking e giustizia negata. La storia di Martina nel contributo di Lucia Ottavi. IlCapoluogo.it parlerà di donne tutte le domeniche. Storie, temi, riflessioni, affinché l’8 marzo sia tutto l’anno.

Lucia Ottavi racconta la storia di Martina (nome di fantasia), la vita nell’inferno dello stalking.

9 anni di matrimonio, 2 splendidi bambini, lui mi tradisce, io dopo mesi di sofferenza decido  di rifarmi una vita, lui non ne vuole sapere, io sono sua, solo sua, iniziano pedinamenti, registrazioni, violenze, la mia vita diventa un inferno.

Lei è Martina Rossi (nome di fantasia), è una splendida donna con due figli di 6 e 8 anni. Il suo è stato un matrimonio dettato dall’amore per il proprio compagno e dal desiderio di avere una vita felice insieme. Purtroppo dopo 9 anni quell’idillio lascia il posto a tanta sofferenza. Lui decide di rifarsi una vita con una nuova compagna, o meglio, decide che è il momento di modificare la sua vita, vuole altro. Martina lo scopre, affronta il problema, decide di far la finita con questo rapporto, semplicemente perché lui dichiara di non amarla più. Sono mesi di sofferenza, credeva in lui, nella loro famiglia, ma il suo bel sogno si è trasformato in un incubo. Nonostante tutto si rimbocca le maniche, decide di concentrarsi un po’ di più su se stessa, sulla propria vita. Passano mesi, incontra un uomo formidabile che ama sia lei che i suoi splendidi bambini, è il suo momento, può risalire dal tunnel. La vita però non è una favola. Il suo ex sa della sua relazione, non accetta che sua moglie (almeno sulla carta) veda un’altra persona. Lui può. Lei no. Iniziano i pedinamenti, Martina non è più tranquilla, è terrorizzata dal suo ex marito, ma non vuole dargliela vinta, continua la sua vita. Lui non si arrende, usa ogni umana strategia per riportarla su quella che ritiene una retta via, vederla sola. Non riesce, ma non molla, registrazioni, messaggi, rendono la vita di Martina un incubo che si conclude con episodi di grande violenza, difficili da raccontare.

Martina, però, è una donna che non intende cedere a ricatti e torture di qualsiasi genere, decide di andare avanti, di sopportare e di combattere, fonda un gruppo Facebook Movimento contro ogni violenza sulle donne, il gruppo in appena due mesi raggiunge 2.350 membri che hanno vissuto e, in molti casi, continuano a vivere, un inferno fatto di violenza psicologica, oltre che fisica, che la maggior parte delle persone tende a sminuire oppure a non considerare. In molti casi basta premere un semplice tasto OFF e spegnere il grido d’aiuto di tante, forse troppe compagne, madri, mogli che attraversano un incubo senza fine.

Questa Donna ha deciso di combattere. Questa Donna non si è arresa. Lei è Martina.

“Ciao a tutti sono fondatrice e amministratrice del Movimento contro ogni violenza sulle donne. Il Movimento è nato da compagne, mogli e madri sopravvissute. Sopravvissute a violenze da parte di uomini, da parte di padri. Violenze avvallate da istituzioni, giudici, ctu e avvocati. Siamo un gruppo Facebook che nel giro di 2 mesi ha raggiunto più di 2.300 iscritte e ora si sta espandendo fisicamente sul territorio da tutte le parti d’Italia. Siamo tutte donne. Stiamo creando gruppi di auto mutuo aiuto, tra donne e con l’appoggio di professionisti. Attività di sensibilizzazione, protesta, raccolta di testimonianze e qualsiasi cosa ci aiuti a cambiare il sistema. Ognuna deve dare il suo contributo e non essere più parte passiva, non essere più vittima, ma diventare parte attiva del cambiamento. Perché si, la maggior parte di noi è, o è stata vittima di violenze. Perché la violenza ha tantissime sfumature e la maggior parte delle violenze è assolutamente ignorata. Le violenze fisiche, le più manifeste, se ci sono figli di mezzo vengono quasi subito archiviate. Le altre non vengono minimamente considerate. Esiste la violenza psicologica, la violenza verbale, la violenza economica, la violenza assistita e la violenza istituzionale. Sono tutte violenze e tutte andrebbero punite. La realtà è che a nessuno interessa di noi. Lo Stato, la cultura, la mentalità di tutti è dominata dal patriarcato. Uomini che combattono per i diritti delle donne non esistono, o quasi. E quando noi parliamo di femminicidi, di violenze, di emergenze, si girano dall’altra parte, ridendo. Nessuno ci salva, se non noi stesse. Ma per farlo dobbiamo essere unite. Tutte, da ogni parte d’Italia, da ogni parte del mondo. Ci dobbiamo svegliare, alzare gli occhi e capire che vogliamo uno Stato che ci tuteli, che tuteli la donna, che ci dia diritti e libertà come non li abbiamo mai avuti”.

“Alla donna – continua Martina – che dice  “io non ho mai subito violenze quindi non ritengo di essere una di voi” , diciamo: guardati attorno! Guarda l’ambiente lavorativo, dove non si sa perché è l’uomo a dover sempre avere il posto di maggior rilievo. La donna deve stare un passo indietro, sempre. La donna però deve lavorare, altrimenti è inutile. Deve fare le faccende di casa, badare ai bambini, cucinare, soddisfare l’uomo altrimenti potrebbe stufarsi (ed è pure giustificato)! Tutto questo non è parità. Tutto questo è schiavitù. Se poi ci si separa e si ha a che fare con un uomo violento la donna, la madre, attraverserà il peggior periodo della sua vita. Prima le verrà detto da qualche avvocato di denunciare la viołenza. L’uomo appena ricevuta notizia della denuncia farà partire una controdenuncia, magari inventata, contro la donna. Entrambe verranno così archiviate come conflittualità tra coniugi. Poi inizierà l’iter interminabile del tribunale ordinario per la separazione e il divorzio. Si andrà in giudiziale. Lì gli avvocati daranno il meglio del peggio. Inventeranno cose oltre ogni limite umano e tu, donna, leggerai di te tra alcune memorie in cui saresti protagonista e di cui non hai il benché minimo ricordo. Ti sentirai umiliata, offesa, diffamata, mortificata. Non riuscirai a trattenere le lacrime, perché capirai che la giustizia nei tribunali non esiste. Passeranno anni d’inferno. Anni in cui lui non badera’ minimamente ai bambini, ma si farà la sua bella vita con una nuova fiamma, probabilmente molto più giovane di te. Tu avrai il peso totale delle incombenze del bambino, della gestione della routine, del lavoro, e i soldi non basteranno mai. In tribunale e per TV continueranno a parlare dei poveri padri, quando ormai da decenni la situazione si è ribaltata. Non sarai preparata a tutto questo, nessuno lo è. Scoprirai che i padri hanno solo diritti, non doveri. Quando urlerai a gran voce rispetto e parità, perché non ce la farai, ti sembrerà di aver toccato il fondo… Nessuno ti ascolterà. Nessuno ti capirà. Sarai sola. Sola con i tuoi figli che il padre userà come arma contro di te, ma di cui lui non si occupa minimamente. Seguirà un teatrino tragicomico di figure quali assistenti sociali, ctu e ctp che nulla faranno, se non peggiorare la situazione.

Tu, madre, verrai rivoltata come un calzino, passata sotto la łente d’ingrandimento per cogliere un qualche fallo. Al padre sarà permesso tutto. Non paga? Povero, non è un bancomat. Poco conta se tu lavori part time. Ti viene richiesto infatti di lavorare full time. Ma nel frattempo chi baderà ai figli? Nessuno. Il padre sicuramente non può. Sono affari tuoi. Senza contare il disagio arrecato ai bambini che oltre a un padre inesistente si vedrebbero portare via la madre tutto il giorno. Il padre può non portare i bambini agli allenamenti, alle partite. Povero, lui può fare altro durante le sue giornate di visita, è compito della madre. E nessuno lo può obbligare.

Può anche saltare le poche visite ai bambini, tanto è un diritto del padre, non un diritto del bambino. Scoprirai che i bambini e le madri non sono creduti, ascoltati, considerati. Tutto gira esclusivamente attorno al padre. Non ti capaciterai di tanta omertà, di tanta ingiustizia. Anche al centro antiviolenza ti diranno “è così, mettitela via”, “prima accetterai che non c’è giustizia meglio starai” .

“Io ho scoperto troppo tardi – conclude Martina – che non siamo sole. Siamo migliaia, ma sparse in tutta Italia e non ci conoscevamo ancora. Storie Terribili, storie di abusi non riconosciuti dalle autorità, storie di figli strappati alle madri , perché hanno osato denunciare le violenze e a loro volta sono state denunciate per alienazione parentale perché i figli, distrutti psicofisicamente da padri che hanno perpetuato su di loro e sulle madri ogni genere di violenza, hanno richiesto e ottenuto il collocamento del figlio. E ora è la stessa madre a non poter vedere il figlio, non l’uomo abusante! . L’Italia è questa. Nessuna di noi è al sicuro. Una donna viene uccisa ogni 72 ore! Vogliamo che le cose cambino, ma dobbiamo lavorare unite tutte assieme”.

Lei è  Martina Rossi.

Lucia Ottavi