Morte Loredana Bafile, Asl e medici risarciranno gli eredi

La Corte d'Appello civile conferma il maxi risarcimento di quasi 4 milioni di euro per gli eredi della giovane estetista, Loredana Bafile, morta nel 2002.

Morte Loredana Bafile, “Un’iniziale condizione di sepsi aggravata da insufficienza multiorgano, con la paziente in shock settico. Il ritardo diagnostico ridusse le chance di sopravvivenza della donna”. Così la Corte d’appello civile ha confermato il maxi risarcimento per gli eredi dell’estetista.

Confermato il maxi risarcimento di quasi 4 milioni di euro che dovrà essere disposto verso gli eredi della donna dalla All e dai medici che l’avevano avuta in cura.

Loredana Bafile era entrata al pronto soccorso dell’ospedale dell’Aquila la notte del 19 dicembre 2002. Accusava forti dolori addominali. Al presidio sanitario era stata visitata “ed era stata dimessa con diagnosi di dismenorrea (ciclo mestruale), dopo la somministrazione di un antidolorifico“. I dolori però erano continuati per tutta la mattina, così la paziente decide di contattare il suo ginecologo, Giulio Mascaretti, che rileva tramite ecografia la presenza di una cisti liquida e le prescrive alcuni antidolorifici.

I dolori, però, non passano, quindi Loredana Bafile torna all’ospedale il 21 dicembre. Viene ricoverata d’urgenza con diagnosi di addome acuto e sottoposta ad un intervento chirurgico, come ricostruisce Il Messaggero. Il giorno dopo il medico rianimatole rileva uno stato di shock e, di conseguenza, la paziente viene trasferita in Rianimazione dove Loredana muore il 23 dicembre.

Secondo la Corte d’Appello, la dottoressa Roberta Rosati, che la visitò il 19 dicembre, aveva “formulato una frettolosa e imprudente diagnosi di dismenorrea, omettendo sia di annotare in cartella i dati clinici rilevati, sia di effettuare una più prolungata osservazione della paziente ed esami diagnostici“. Il ginecologo, il dottor Giulio Mascaretti “interpretò erroneamente l’ecografia addominale, individuando una cisti ovarica poi rivelatasi assente e non l’occlusione intestinale e, di conseguenza, consigliando il ricovero ma non il regime d’urgenza”. Alla dottoressa Corona, anestesista nell’intervento d’urgenza, riporta ancora Il Messaggero, è contestato che, “nonostante lo stato della paziente evidenziasse una condizione di sepsi (infezione batterica sistemica) in via di aggravamento, prescrisse un trattamento farmacologico antibiotico inadeguato, non avviando immediatamente la paziente al reparto di terapia intensiva

Infine i chirurghi Alberto Bafile e Valter Resta, che eseguirono correttamente l’intervento, “non seguirono con attenzione il decorso post-operatorio, sottovalutando i dati clinici della donna, che indicavano l’evoluzione dello stato settico, omettendo di adeguare la terapia e di disporre un più tempestivo trasferimento nel reparto di terapia intensiva.