Le nuove stanze della poesia, Marcello Marciani

Il ritratto di Marcello Marciani nel nuovo appuntamento con la rubrica Le nuove stanze della poesia.

Per la rubrica “Le nuove stanze della poesia”, il ritratto di Marcello Marciani a cura di Valter Marcone.

“Quando di me dirai non ci sarò”.
Per anni ho resistito alla sentenza
che hai abbigliato come una battuta
maliarda fra un sorriso e due caffè”

Questi sono i primi versi dell’ultima poesia che Marcello Marciani ha pubblicato sulla sua pagina Facebook proprio qualche giorno fa.

E’ una poesia intensa che rivela un’attenzione per quello che ci ha permesso di diventare quello che si è.

E’ un incontro con il passato e la memoria di persone e cose che ci accompagnano sempre. Certo è difficile in poche riga raccontare i temi della poesia di Marciani.

Usa indifferentemente la lingua italiana ed il dialetto, proprio perché attraverso quest’ultimo riesce a dare meglio il senso dei suoi ragionamenti, delle sue visioni, delle sue interposizioni nel mondo che lo circonda e in cui vive,

Classe 1947, vive e lavora a Lanciano e di quella terra a volte narra con i suoi versi le storie e i momenti essenziali appunto come le immagini che ne pubblica sempre su Facebook.

Come pure si sentono i richiami appunto di una concezione del mondo che sta lì, dentro le sue opere, che sono tante .

A cominciare con Silenzio e frenesia (Quaderni di Rivista Abruzzese, Lanciano 1974); proseguendo per L’aria al confino (Messapo, Roma-Siena 1983); Body movements (traduzione inglese a fronte di A. Rosselli, Gradiva Publications, Stony Brook-New York 1988); Caccia alla lepre (Mobydick, Faenza 1995); Per sensi e tempi (Book Edit., Castelmaggiore 2003); Nel mare della stanza (LietoColle, Faloppio 2006) La corona dei mesi (LietoColle, Faloppio 2012.

Tutta la sua produzione in dialetto è presente nelle raccolte La Ninnille (I libri del “Quartino”, Albenga 2007);); Rasulanne (Cofine, Roma 2012).

Sue poesie sono pubblicate in: Via terra. Antologia di poesia neodialettale (a cura di A. Serrao, Campanotto, Paisan di Prato 1992). Suoi testi in dialetto sono stati eseguiti dal Centro di Ricerca Teatrale-Musicale “Il Tesoro di Tatua” e dal Cantiere delle Arti “Amaranta” negli spettacoli “Mar’addó” (1998- 1999) e “Rasulanne”(2008-2009-2010), ai quali ha anche partecipato come attore.

Fino alla recentissima, proprio dell’anno scorso Revucègne (Puntoacapo) in dialetto abruzzese dell’area frentana.

A proposito della sua opera in dialetto Revuçegne/Rovistamenti (Puntoacapo 2019) riportiamo di seguito quello che scrivono di lui sul sito Poesia del nostro tempo: “con una recensione di Elena Maffioletti perché ci sembra quasi una sintesi delle opere di Marciani. Ultima nella cronologia della sua produzione e per questo riassuntiva di molti temi. Temi che egli condensa appunto nel suo amato dialetto che diventa forza e immagine di una poetica coltivata da decenni. C’è una dimensione quasi magica nel nuovo lavoro in versi abruzzesi di Marcello Marciani, un’immersione nel pozzo del tempo che prende forma e consistenza nella consapevolezza sottile degli affetti. Una voce, quella del poeta, che, come di consueto, gioca con la parola, ne esplora suoni e significati elaborandola in una lingua traboccata a testa in giù / per le altalene della vita…, laddove il virtuosismo stilistico va alla ricerca di parole-cose che abbiano la capacità di “sbrogliare il mondo quando si nomina”.

“Una voce che rovista tra i tempi e i luoghi e i tesori di una geografia solo in apparenza esteriore, mentre scende in profondità – con grazia – in una dimensione intima appena appena palpabile (ma non per questo meno reale) che tutto avvolge, rendendo la materia poetica più raccolta anche dove il verso si fa sanguigno e graffiante nella denuncia delle storture del mondo”.

E ancora “I quattro elementi Fuoco, Terra, Aria, Acqua, che danno il nome alle sezioni (ciascuna inaugurata anaforicamente dal medesimo esortativo jsce fore: esci fuori) entrano nella dinamica della presenza e della perdita, della creazione e della distruzione, come se la parola poetica fosse costantemente alimentata dall’ossimoro esistenziale che segna il passaggio dell’uomo sulla terra”.

Tra la vita e la morte è  la malinconia, vale a dire la consapevolezza dell’orizzonte che si abbassa, dello svuotamento, del passaggio e del declino. E se appare quasi impudico l’eros di Fuoco, alimentato da una frenesia ritmica e vitale che brucia e ghiaccia, smania, lacera e consuma, la Terra-madre segna, nel bene e nel male, destino e appartenenza: Ce šta na case abberrutate ‘n canne/ però arepošte ‘m meżż’a nu quaderne:/ tè le mure talute e na madonne/ de frecchiale pe’ fa’ frecà’ lu vente. (Ci sta una casa avvoltolata in gola/ però riposta in mezzo ad un quaderno:/ tiene le mura spesse e una madonna/ di chiavistello per far fregare il vento.)”.

Allora anche una poesia come Emme, in apparenza puro e giocoso esercizio di virtuosismo, trova un filo conduttore di tenerezza che riempie e dà sostanza al divertimento delle allitterazioni e dei significati.

La Terra-madre conserva ancora una parte di grazia, una dimensione del tempo e degli affetti, mentre l’Acqua – grembo, quando non è riconosciuta come liquido vitale, diventa mare – matrigna, “pancia lessa del diavolo”, il palcoscenico “filaccioso, balordo e ciottolone” dove si rappresentano le tragedie, ma anche gli interrogativi, della nostra epoca. Aria è il cuore della raccolta.

“La prima poesia, con la sua “animella della casa”, il tempo che scorre, il lume appannato, (“Jsce fóre anemèlle de la case,/ la próvele de lu tempe spàremele/ ‘m mocche, ‘mpùnnele a cuncime, suménte”: Esci fuori animella della casa, / la polvere del tempo sparamela / in bocca, bagnala con concime, semenze) potrebbe essere considerata il manifesto non solo della sezione ma dell’intero libro.

Ora che “non c’è più casa”, restano solo il tempo a infilare giochi, oggetti, ricordi, e l’affetto ad alimentare la presenza viva di chi non è più. Non a caso la parola “tempo”, o un’espressione ad essa equivalente, intreccia tutti i testi che compongono la sezione: “…ah pa’/ che macenanna d’anne ci-à vulute/ pe famme affelà’ ‘pprèsse dentr’a ll’usse/ la ciuvelézze de ssa mossa calle. (ehi pa’/ che macinata d’anni c’è voluta/ per farmi correre dietro dentro le ossa/ la gentilezza di questa mossa calda). E ancora: “È tutta colpa te’ se mo’ ci-areppèlle/ a ‘nturdirme nche paróle spassatempe/ affelate gne suldatine di piomme”(È tutta colpa tua se ora ricomincio / a stordirmi con parole passatempo/ messe in fila come soldatini di piombo), fino ad arrivare a un silenzio che sconfina in sogno: “Mo’ che ti sî štutate, pe’ la cavute/ che dinte de judizie mi sî lassate!/ Lu Tempe vecchiarelle già l’ha ‘ndurate/ pe’ ‘ccucchià’ du’ spicce di reelliquie mute./ A scarp’asciute corre p’arecchiapparte/ ma che cianchette fî nche štu sulénżie./ ‘Mpizz’a nu sònne i’ me t’arràmpeche. Sènze”. ( Ora che ti sei spento, per il tombino/ che denti di giudizio mi hai lasciato!/ Il Tempo vecchierello già li ha indorati/ per accoppiare due spiccioli di reliquie mute./ A scarpe slacciate corro per riacchiapparti/ ma che sgambetto fai con questo silenzio./ In punta a un sogno io mi t’arrampico. Senza.)

In definitiva dunque : “Lo struggimento della perdita, dei giorni che corrono via, del lume che si abbassa, di ciò che l’uomo corrompe e distrugge… ecco, questo struggimento forse è il cammino nascosto di Revuçegne, ne permea ogni parola con grande delicatezza, a volte quasi come per gioco.

Il risultato è un capolavoro di equilibrio e allo stesso tempo un continuo fuoco d’artificio. Efficacissimo il linguaggio, sempre, sia nell’originale frentano che nella traduzione italiana: punta dritto al cuore del significato e allo stesso tempo conserva quel distacco minimo che permette al lettore, che sta dall’altra parte, di varcare la soglia e far propria la magia della parola poetica.”

(Recensione di Elena Maffioletti)

SONNE
Pe ppizze e pe ppendune me te sonne
ca tu me sunne mbizze a la sctaggiòne
nghe na ciarfelle ngalecate ngape
che tte sonne ca valechije e pesse
lu piangate e la vite a passettille
strusciàte gné la rizze a la serene
che ss’annàzzeche e sone a mé sctu sonne
appummésse a garbine.
Sonne ca t’aresbije e nen ge scténghe
pecché è ssu sonne té’ che mme fa sctrèuse
m’accoppe na fatture a cavaciulle
nu catrafosse sci nu vurra vurre
na culate che scòzzeche lu sanghe
me l’arrevólle gné scta curatélle
che ttu te megne nzonne e n-ge aretruve
cchiù a mmé se mmo m’assucce.
Nu caucemónie mbacce a mmé è ssu sonne
jettate da nu céle sbiangacciate
addó tu vule gné la rennelelle
che vvé nghe la pazzìe de la sctaggiòne
e va se ss’è sctutate lume e sciusce…
Ché jeléne de vàsce m’arefrésche
pe sctu sonne cesctunie c’à scucchiate
li sçénne a ssa ciarfelle!
Sogno. Per angoli e cantucci mi ti sogno / che tu mi sogni all’uscio dell’estate / con un cappellaccio calcato in testa / che ti sogna oscillare e passare / l’impiantito e la vita a passettini / strusciati come il reticolo allo scoperto / che si dondola e a me suona questo sogno / rimboccato a garbino. // Sogno che ti risvegli e non ci sono / perché è questo sogno tuo che mi fa strambo / mi mena una fattura a cavalluccio / un precipizio sì un corri corri / una rannata che sgrassa il sangue / me lo ribolle come questa coratella / che tu ti mangi in sogno e non ci trovi / più me se ora mi divori. // Un calcinaccio in faccia a me è questo sogno / buttato da un cielo sbiancato / dove tu voli come la rondinella / che viene con i giochi dell’estate / e va se si è spenta luce e sbornia… / Che brinata di baci mi rinfresca / per questo sogno testuggine che ha sgusciato / le ali a questo cappellaccio! (Trad. dell’autore)
Da «Poesia», n. 266, dic. 2011. Grafia adattata seguendo una lettura fatta a Ischitella. Alcuni dubbi sono stati chiariti intervistando telefonicamente l’Autore. Il testo è contenuto anche in F. Granatiero, Per una grafia unitaria della poesia nei dialetti alto meridionali, in “incroci”, 31, 2015, pp. 62-3

ERI DIVENTATA UNA BAMBINA
Eri diventata una bambina supplice
bisognosa di baci, farmaci, coccole.
La saldezza di un tempo secretata a briciole
di smarrita dolcezza, smaniose idee.
Sei ritornata la mia regina complice
per attentare al tempo e alle sue trappole.
Per allietare i risvegli stracchi e i sandali
a passi lievi, scalpiccianti ipogei…

E ALEGGIA STANOTTE
E aleggia stanotte il gâteau di mandorle
la sua fragranza di burro e limone
la cascatella di molliche soffici
carezzevoli su faccia e lenzuolo.
Spande impudenze di lievitazione
a mezza via fra delizie e domande:
sei tu? mi prendi per la gola? soffochi
con trapassato aroma il mio star solo?
Nel mare della Stanza (Faloppio CO, LietoColle, 2006

L’ORACOLO
“Quando di me dirai non ci sarò”.
Per anni ho resistito alla sentenza
che hai abbigliato come una battuta
maliarda fra un sorriso e due caffè.
Il tramonto spendeva trasparenze
al tuo incarnato, all’arietta goduta
in quell’azzardo del bearsi fuori che
l’ultima estate a pezzi ti donò.
Ma scrivere è rivivere non vivere
lungo questo presente che si gioca
l’anima all’asta e il tuo vissuto affossa.
Per anni e danni ho creduto di uccidere
il tuo oracolo e ora gioco all’oca:
corro all’indietro, la tua voce addosso.