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La Giornata della Memoria nell’Abruzzo solidale e generoso

La Giornata della Memoria. Storia, riflessioni e nuovi allarmi. Il contributo di Nando Giammarini.

*di Nando Giammarini

Ricorre oggi 27 gennaio 2020 la 20esima giornata della memoria istituita per rendere onore alle vittime innocenti dell’odio e dell’orrore nazifascista di 75 anni fa.

Una data volta a ricordare l’immane tragedia dello sterminio di oltre 6 milioni di ebrei, il cui sangue innocente ha macchiato in modo indelebile il secolo conclusosi vent’anni fa. Un’assurda bestialità, una pazzia della mente umana, un reato infamante di cui si macchiarono le belve nazi-fasciste. La Giornata della Memoria venne istituita ufficialmente dalla Repubblica italiana nel 2000 per ricordare l’orrore della Shoah.

Si è scelta proprio questa data perché il 27 gennaio del 1945 le truppe dell’Armata rossa abbatterono i cancelli di ingresso al campo di sterminio nazista di Auschwitz, in Polonia. Per ricordare l’orrore della Shoah e soprattutto l’importanza di non ripetere certi sbagli e stragi è bene che ogni essere umano, dotato del ben dell’intelletto, faccia la sua parte fino in fondo difendendo i grandi valori di serena e pacifica convivenza.

Premesso che siamo uomini e donne che camminiamo su questa terra incontro allo stesso destino e, a prescindere dal colore della pelle e dall’appartenenza ad una o ad un’altra etnia, abbiamo tutti il dovere morale di perpetuare e trasmettere alle nuove generazioni il ricordo di questa tragedia dell’umanità affinchè nessuno dimentichi mai di cosa sono stati capaci quei regimi totalitari sconfitti dalla storia che non dovranno mai più risorgere. Vado oltre, affermando con convinzione che bisognerebbe mettere fuorilegge questi partiti e le organizzazioni che li sostengono. Comunque sia bisogna tenere alta la guardia perché il sonno delle coscienze può portare di nuovo alla notte dei tempi.

Nessun autentico democratico, dotato di un pizzico di umanità, amante della pace e della concordia sociale potrà e dovrà mai dimenticare i milioni di vittime: giovani, anziani, bambini, persone di ogni sesso ed età rinchiuse e uccise nei campi di sterminio nazisti.  Una strage, un genocidio messo in atto con disumana determinazione fino al 27 gennaio 1945, quando i carri armati dell’esercito sovietico riuscirono a sfondare i cancelli del campo di concentramento. Da quel giorno, quel campo dell’orrore è luogo simbolo, ma non l’unico, della discriminazione e delle atroci sofferenze patite da chi, innocente, è stato internato, torturato, ucciso in nome del peggiore dei sentimenti: l’odio razziale.

Ognuno di noi deve, anche se a distanza di tanto tempo, capire lo scellerato disegno messo in atto da folli ed impegnarsi in prima persona in difesa dei grandi valori di civiltà, di tolleranza, di pace: bene supremo dell’intera umanità. Purtroppo ancora ai giorni nostri continuano a diffondersi, in maniera fortemente inquietante, i germi dell’intolleranza, della discriminazione, dell’odio. Terminologie violente contro rifugiati e migranti, bestialità razziste nello sport con striscioni e cori da stadio, assalti a famiglie Rom costrette a lasciare le case legittimamente assegnate, assurdi e scandalosi saluti fascisti esibiti senza ritegno alcuno. Manifestazioni nostalgiche, ostilità gratuite contro i diversi, addirittura attacchi al Papa per le sue parole di umanità e accoglienza. Si sono verificati, inoltre, infami gesti di vendetta contro gli ebrei fino a segnare con lo spray la casa del figlio di una deportata a Ravensbruck.

Una considerazione ed un impegno comune è d’obbligo: fermare questa spirale d’odio e di violenza messa in atto ed alimentata da un linguaggio a dir poco feroce e dall’assurda brutalità di una parte politica che, alla luce di recentissime inchieste giudiziarie, ha più scheletri nell’armadio di tanti altri. Occorre tenere alta la guardia, onde evitare un imbarbarimento generale che porterà alla notte dei tempi. A questo proposito Primo Levi ci ricorda:

“Se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono nuovamente essere sedotte ed oscurate: anche le nostre.”

Profonda verità. La memoria è determinante poiché analizzando il trascorso pur con tutti i suoi errori permette di evitarli nel futuro; insomma un arricchimento della vita. Mi preme ricordare, a testimonianza di un tanto profondo quanto sentito sentimento di solidarietà, che l’Abruzzo aquilano, in cui oggi ci saranno varie manifestazioni in ricordo della shoah, ha avuto come confinato Leone Ginzburg, ebreo, di origine russa, nato a Odessa. Aveva ricevuto la formazione culturale in Italia, a Torino, studiando con Cesare Pavese, Vittorio Foa, Norberto Bobbio, Giulio Einaudi. La moglie, Natalia, ha raccontato in molte sue opere la loro vita, nella bella cittadina dell’Alta Valle dell’Aterno. E non era certo una villeggiatura. Leone morì nel carcere di Regina Coeli il 5 febbraio 1944. All’età di 35 anni. Aveva scontato due anni di galera, due anni di sorveglianza speciale, tre anni di confino. È una delle figure più nobili della cultura italiana. Ed è proprio la cultura che fa più paura delle mitragliatrici e dei missili ai regimi totalitari.

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