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Campo Imperatore aspetta la neve: così si muore

Campo Imperatore, i numeri di una crisi ormai certificata. Pochissima neve, mancanza di strutture e servizi. Da dove ripartire?

L’AQUILA – Terza pista aperta artigianalmente in dieci giorni, un quinto delle ore di corso di sci rispetto al 2018, pochissima neve e niente strutture. Campo Imperatore, a cavallo tra il 2019 e il 2020, è il fantasma di se stesso o di ciò che potrebbe essere ma non è.

Sono i numeri a parlare. Lo sport invernale è in netta crescita in tutta Italia, Campo Imperatore sembra essere, allora, l’isola in-felice in un sistema in ascesa da anni.

Natale magro, si stima una preoccupante riduzione delle presenze, intorno al -80%. Lo testimoniano le ore della scuola di sci dei maestri a lavoro a Campo Imperatore. L’apertura della stagione c’è stata lo scorso 15 dicembre – come nel 2018 – ma il confronto è quasi impietoso: da metà dicembre alla fine dell’anno nel 2018 erano 435 le ore di corso svolte. Nel 2019, precisamente dal 15 dicembre alla data di oggi, 13 gennaio 2020, sono 132. Intanto a Roccaraso la scuola di sci, che conta 500 maestri, lavora regolarmente, con 8 ore di corsi al giorno.

campo imperatore stagione sciistica

La scarsità di neve – ormai acclarata in tutte le stazioni abruzzesi, non solo a Campo Imperatore – non basta a giustificare una situazione di stallo di lunga data. «Lavorare a Campo Imperatore significa combattere con mezzi di fortuna e con la totale mancanza di strutture», spiega il direttore della Scuola di sci Assergi Gran Sasso, Luigi Faccia, alla redazione del Capoluogo.

Altrove si scia ovunque. A Roccaraso, a Campo Felice, «perfino a Pescocostanzo, molto più basso delle vette di Campo Imperatore, ma con un sistema di innevamento artificiale. Non è un caso, infatti, se nel periodo delle festività natalizie Pescocostanzo abbia registrato un +47% nelle presenze», continua il direttore Faccia.

«Un’impresa turistica senza programmazione, che si ritrova a non poter scegliere una data d’apertura e a dipendere dai fenomeni meteorologici, non ha motivo di esistere. Tutto ciò, inoltre, è paradossale, se si considera il fatto che siamo una delle poche stazioni ad avere un futuro a medio/lungo termine per gli sport invernali, in virtù del nostro comprensorio. Eppure rischiamo di non sciare a causa della mancanza degli impianti».

Aprire all’innevamento artificiale e dare impulso a infrastrutture e servizi. Soluzioni che permetterebbero di programmare le stagioni turistiche e di «strutturare la montagna anche per le numerose attività Outdoor. Senza contare che ciò, a livello ambientale, impedirebbe alle automobili di salire in quota. Occorre ricordare, infatti, che l’unico mezzo ecocompatibile è l’impianto a fune. Qui dove sono questi impianti? Si sostiene che consumino elettricità: logico che sia così. Ma allora cosa si dovrebbe fare? Spegnere le città?».

«Il problema maggiore è che siamo all’interno delle Direttive Europee di Natura 2000. Bisogna uscirne fuori e bisogna farlo prima che la situazione precipiti in maniera irreparabile. Le zone antropizzate vanno liberate dagli stretti vincoli europei che limitano qualsiasi ipotesi di sviluppo, portando ogni eventuale progetto incontro a denunce e ricorsi».

«Se per battere una pista una stazione deve ricorrere alla lavorazione artigianale, rispetto alle stazioni evolute – impiegando dieci giorni per un’attività che con i giusti mezzi richiederebbe un’ora – come si può andare avanti? Lavoriamo come le formiche, così si muore».

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