Mensa o torni a casa, il caso alla scuola Rossi di Paganica

No al pasto da casa, c'è il servizio mensa, oppure i bambini tornano a mangiare dalle famiglie, anche con il rientro pomeridiano. La protesta di una mamma a Paganica.

PAGANICA – No al pasto da casa, c’è il servizio mensa, “altrimenti gli studenti tornano a mangiare a casa”. Scoppia il caso alla scuola primaria Francesco Rossi di Paganica. Alcuni genitori, però, non ci stanno.

A “Dillo al Capoluogo” la segnalazione di una mamma, che si è rivolta ad un’associazione di volontarie della regione Lazio, per trovare supporto e sostegno alla sua causa, ‘Mamme Etrusche’.

«Si tratta di una questione etica. – ci scrive una mamma – Nella scuola che frequenta mia figlia, la Rossi, del Circolo didattico Galielo Galilei, c’è un bambino che, per problemi di natura psicologica e clinica, mangia a fatica. Un problema che non lo caratterizza solo a scuola, ma anche a casa. La madre, di conseguenza, ha chiesto alla scuola di non pagare il servizio mensa, ma ha ricevuto risposta negativa».

Una problematica che non riguarda soltanto l’alunno in questione, ma in maniera differente coinvolge anche la figlia della lettrice che segnala la questione. «Nel caso specifico di mia figlia – aggiunge – il suo orario scolastico prevede il rientro a scuola nei pomeriggi di martedì e giovedì. In quei giorni c’è il tempo pieno. Io, considerata l’impossibilità di far portare a mia figlia un pasto a scuola, vado a riprenderla, ogni martedì e giovedì, e la porto a casa con me, spendendo una cifra ulteriore rispetto all’abbonamento del bus. Con mia figlia che si ritrova a saltare tutte le lezioni pomeridiane».

Da qui la decisione della lettrice di rivolgersi ad un’associazione di mamme che si occupa da tre anni di questa tematica. “Mamme Etrusche”, nata nel 2017  per promuovere la tutela ambientale e lo sviluppo sostenibile, la cultura e l’informazione antimafia, il sostegno civico alle famiglie in difficoltà – come possono essere mamme impossibilitate a pagare il servizio mensa scolastica ai propri figli.

«Non si tratta soltanto di una questione economica. Entra in gioco la discriminazione nei confronti dei bambini, che devono poter scegliere cosa mangiare», ci spiegano i responsabili dell’associazione.

«Nel caso specifico di Paganica, siamo stati contattati da una mamma che voleva permettere a sua figlia di portare con sé un pasto a scuola, nei due giorni del tempo pieno. Dieci giorni fa abbiamo inviato una Pec all’Istituto. Nella documentazione inviata abbiamo spiegato il diritto del pasto da casa. Il nostro primo approccio, infatti, è ritenere che non si conosca la normativa e l’informativa sul pasto da casa, riconosciuto come diritto in più sentenze del Consiglio di Stato». Una tematica questa lungamente dibattuta, con pronunciamenti diversi da parte del Tar e della Corte di Cassazione, una delle ultime è quella dello scorso 13 dicembre.

Da un lato, infatti, c’è la Cassazione che parla di “educazione alimentare”, in riferimento alla mensa a scuola, mentre i giudici amministrativi sostengono che manchino le basi normative e logiche per parlare di educazione alimentare. I pasti domestici ricadono «completamente sotto la sfera di responsabilità dei genitori o degli esercenti la potestà genitoriale, ma compete all’Amministrazione scolastica e a quella comunale adottare le corrette procedure per gestire i rischi da interferenze a scuola». Questa una delle più recenti vicende giudiziarie che ha contestato i precedenti principi della sentenza della Cassazione, nel Lazio.

«Il tempo mensa non vuol dire dover aderire al contratto d’appalto della refezione scolastica. Significa che i bambini devono mangiare tutti insieme, coi propri compagni, indipendentemente da cosa mangino. Anche perché l’appalto delle refezione scolastica è una domanda individuale dei genitori, che pagano un costo differente da Comune a Comune».

«Inoltre – continuano dall’associazione – il pasto da casa non è soggetto a particolari restrizioni o norme igienico sanitarie. È semplicemente una preparazione domestica. La problematica vera è che i Comuni quando fanno questo genere di appalti hanno dei contratti blindati, con un numero di pasti da erogare ogni anno, i costi legati al servizio mensa e così via. Lo stesso vale per i dirigenti scolastici. Dirigente scolastico che è il responsabile dell’istituto e quindi è la persona preposta a sviluppare tutte le prerogative del tempo mensa».

Infine i numeri. «C’è un dato statistico fondamentale che tutti trascurano: in quattro anni, compreso il 2019, da quando c’è il pasto da casa non si è mai verificato un episodio problematico. Perché i figli sono educati a non scambiare mai cibi con i compagni per nessuna ragione. Cibi che vengono inseriti in un contenitore tiepido, senza alcun disturbo per la scuola. Poi il personale Ata e le insegnanti hanno l’obbligo di sorveglianza degli studenti».

«La prima cosa da fare, per i genitori che non vogliono usufruire del servizio mensa, è disdire l’iscrizione alla refezione scolastica. Il problema è che alcuni Comuni del Lazio hanno legato la refezione scolastica al tempo pieno, ma è stata una anomalia durata poco, fortunatamente. Nel caso di Paganica, dove la mamma che ci ha contattato deve andare a riprendere sua figlia due giorni a settimana per farla mangiare a casa, abbiamo proceduto con una diffida e messa in mora ad adempiere alla scuola. Tuteliamo i bambini prima di tutto».