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Don Paolo Piccoli: “la vita è sacra, non ho ammazzato nessuno”

Don Paolo Piccoli, intervista esclusiva al Capoluogo "Non ho ucciso nessuno, ho rispetto per l'abito di nostro Signore. Il Signore dà, il Signore toglie, sia fatta la Sua volontà!".

“Il Signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore. Lui ha scelto per me, questa è la mia croce, la porterò è continuerò il mio cammino di purificazione”.

Parole accorate ma piene di fede verso il “suo” Signore quelle pronunciate dal monsignore Paolo Piccoli all’indomani della condanna a 21 anni e mezzo di reclusione con l’accusa di aver ucciso un altro sacerdote, don Giuseppe Rocco, il 25 aprile 2014 nella Casa del Clero di Trieste.

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Don Paolo Piccoli è un prete incardinato e molto conosciuto nell’Aquilano, prostrato adesso per la pesante condanna riportata.

Don Piccoli è stato a lungo parroco a Rocca Di Cambio e a Pizzoli; grande conoscitore della liturgia antica e moderna, studioso dei testi sacri che conosce a memoria, per lui il sacerdozio. “Non è stata solo una scelta spinta dalla vocazione, ma una missione che va avanti da oltre 43 anni e 26 di sacerdozio”.

Assistito dai suoi legali di fiducia, Stefano Cesco di Pordenone e Vincenzo Calderoni, del foro dell’Aquila, ha seguito le lunghe fasi di un processo acceso e dibattuto che ha visto anche una grossa attenzione mediatica. Don Piccoli aspetta adesso le motivazioni della sentenza per fare appello, che arriveranno nei prossimi 90 giorni.

“Accetto con rassegnazione. Adesso aspetterò le motivazioni che hanno portato a questa dura condanna e poi con i miei legali studieremo la migliore strategia e ricorreremo in appello. Io non ho ammazzato nessuno, ho sempre rispettato l’abito che porto, soprattutto non avevo un motivo che fosse uno per ammazzare Don Rocco“, spiega durante l’intervista rilasciata al Capoluogo, che ha seguito direttamente il processo nelle sue ultime fasi da Trieste.

Don Giuseppe Rocco fu rinvenuto privo di vita dalla sua perpetua, Eleonora Di Bitonto, personaggio chiave all’interno del processo: quella che sembrava una morte naturale, tipica degli anziani, (la vittima aveva 92 anni), si è trasformata in una pesante accusa di omicidio per strangolamento nei confronti di don Piccoli.

Il movente?Alcuni oggetti di scarso valore economico che la vittima aveva nella sua stanza dove alloggiava nella Casa del Clero: una bomboniera a forma di veliero, una madonnina di legno e una collanina che l’anziano portava sempre al collo, quest’ultima mai ritrovata.

Una collanina con un ciondolo identico è stata vista poi al collo della perpetua di don Rocco.

Il mio dolore è stato condiviso in queste ore dalle tante persone che ho servito nei vari ambiti del mio molteplice servizio pastorale presso  i militari, le parrocchie, le navi e le varie diocesi dove ho operato e dove per obbedienza sono stato assegnato”, chiarisce.

Va ricordato inoltre che don Piccoli è un uomo dalla salute cagionevole; al dolore per la severa sentenza si aggiunge una particolare condizione di salute, visto che è afflitto da anni da una serie di patologie che lo costringono a continui ricoveri ed interventi.

“Quest’anno sono stato già ricoverato 3 volte a Roma e per l’anno nuovo dovrò sottopormi a diverse operazioni chirurgiche. Sono invalido al 100% da quasi 10 anni”, spiega.

Proprio le sue patologie sono state al centro del processo; don Piccoli, nei giorni del delitto alla Casa del Clero non stava bene, eppure non volle mancare al capezzale di don Rocco per somministrargli l’estrema unzione.

Durante questa operazione lasciò alcune tracce ematiche sul letto dove era stato composto don Rocco, a causa di una patologia della pelle documentata, la xerosi cutanea, correlata all’importante patologia epatica della quale già soffriva.

Proprio queste macchioline impercettibili avrebbero “inchiodato” il sacerdote che, da semplice testimone, è diventato imputato e poi  è stato condannato.

Macchie di dimensioni ridottissime, come hanno ricordato anche gli avvocati della difesa, che sarebbero state viste solo dalla perpetua: la stessa ha poi dichiarato sia ai sanitari del 118 che ai Carabinieri di aver avuto difficoltà nei concitati momenti del ritrovamento del corpo per via dell’oscurità in cui era immersa la stanza.

L’Ufficio diocesano dell’Aquila ha così replicato alla sentenza di condanna di don Piccoli:

“Abbiamo appreso, con grande tristezza, la notizia della pesante condanna inflitta a don Paolo Piccoli.  È stata anche resa nota la volontà sua – e dei Legali che lo difendono – di ricorrere in appello. Manifestiamo profondo rispetto per il verdetto espresso dalla Corte d’Assise di Trieste, nella consapevolezza che – come sancito dal Codice civile e da quello canonico – fino alla sentenza definitiva spetta all’imputato la presunzione di innocenza“.

“Su questa dolorosa vicenda è la ragione che fa-verità (e non il turbamento emotivo, per quanto comprensibile) che deve guidare il giudizio e attivare le scelte opportune. Per questo, siamo in attesa di acquisire ulteriori informazioni, necessarie per un discernimento obiettivo e a tutto campo, che consenta di dare valutazioni sagge e di prendere decisioni adeguate.  Con ferma convinzione, auspichiamo che si faccia giustizia, in tutto e per tutti, affinché ciascuno risponda, alla legge di Dio e degli uomini, secondo le sue effettive responsabilità”.

 

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