Donne e Centri Antiviolenza: l’Abruzzo c’è, i fondi meno

L'Abruzzo è tra le regioni con il maggior tasso di accoglienza nei Centri Antiviolenza. Poche risorse statali ma tanto volontariato. E L'Aquila?

L’AQUILA – Meno di un euro, tanto vale la vita di una donna. È il dato che emerge dall’indagine Istat sui Centri Antiviolenza, relativa al 2017. Eppure l’Abruzzo c’è.

La cifra è il risultato dei calcoli tra “i 12 milioni di euro destinati dallo Stato nel 2017, diviso il numero totale delle donne accolte nei Centri Antiviolenza (Cav)”. A sottolinearlo è Mariangela Zanni, consigliera di Di.Re., Donne in Rete contro la violenza. 

Centri Antiviolenza, i numeri

Più di 43mila donne si sono rivolte ai Centri Antiviolenza nell’anno 2017. Il 67% di loro ha iniziato un percorso di uscita dalla violenza. L’Abruzzo, nei dati raccolti dall’Istat, è tra le regioni italiane in cui si registra il maggior tasso di accoglienza.

L’indagine è stata condotta dall’Istat su 281 Centri Antiviolenza che svolgono attività di sostegno delle donne maltrattate e dei loro figli. Tra le donne che hanno chiesto aiuto e iniziato il percorso previsto dai Centri, il 63,7% ha figli, minorenni nel 72,8% dei casi. Le donne straniere costituiscono il 27% di quelle prese in carico.

Le professioniste che operano in queste strutture sono 4.403. Di queste, 1.933 (43,9%) sono retribuite mentre 2.470 (56,1%) risultano impegnate esclusivamente in forma volontaria.

L’art. 4 dell’Intesa del 2014 stabilisce che i servizi minimi che i Centri Antiviolenza devono garantire sono: Ascolto, Accoglienza, Assistenza psicologica, Assistenza legale, Supporto ai minori, Orientamento al lavoro, Orientamento all’autonomia abitativa. Mentre i primi tre servizi sono offerti dall’organizzazione dei Centri, gli ultimi tre dipendono molto anche dai modelli organizzativi del territorio nel quale il Centro opera.

Clicca qui per la versione integrale dell’indagine Istat 

Centri Antiviolenza, L’Aquila?

«Lo scorso anno il Centro Antiviolenza dell’Aquila ha tagliato il traguardo dei dieci anni di attività sul territorio. In totale sono circa 600 le donne che si sono rivolte a noi in questi dieci anni. Più di 40 nell’ultimo anno e mezzo». Così, al microfono de Il Capoluogo, l’avvocato Simona Giannangeli, presidente del Centro aquilano.

Come possiamo leggere questi numeri?

«Parlando nello specifico delle 600 donne – che nei dieci anni di attività si sono rivolte al nostro centro – sicuramente la stragrande maggioranza di loro ha intrapreso il percorso proposto. Spesso avvalendosi dei servizi di consulenza legale e psicologica. C’è anche, però, chi ha telefonato e poi non è venuta, o chi è arrivata ma non ha intrapreso il percorso accompagnato dal Centro», spiega Simona Giannangeli.

«Per avere una lettura chiara della situazione relativa a L’Aquila, però, occorre precisare che le donne che non sono andate avanti nel percorso antiviolenza incidono per un 10% sul numero totale. Si tratta quindi di un dato non molto rilevante, ma che esiste. Perché rivolgersi a un centro antiviolenza richiede molto coraggio».

Le donne che chiedono aiuto arrivano da L’Aquila, città e provincia, o anche da fuori?

«Prevalentemente dal territorio provinciale. Ma ci sono stati anche casi di donne arrivate da fuori. Ciò avviene quando vengono inviate da altri centri, per allontanarsi da realtà pericolose o comunque negative nel loro cammino di antiviolenza»

«Un dato importante è che la stragrande maggioranza di chi si è rivolta a noi è costituita da donne italiane, le quali hanno denunciato atti o gesti di violenza compiuti da uomini italiani. Questo a differenza di come spesso si è abituati a credere», continua l’avvocato Giannangeli.

Perché una donna decide di fermarsi?

«L’esperienza mi ha insegnato a capire. E ciò che ho capito è che il problema non è il coraggio delle donne. Insomma, ci vuole coraggio a sopportarle, le violenze. Rivolgersi al centro, tuttavia, significa mettersi a nudo dinanzi a delle estranee. Un atto complesso, soprattutto per chi arriva da contesti delicati. Lo scoglio più grande, però, è tutto quello che viene dopo la denuncia. Ad incominciare dall’eventualità di un processo penale. Quando i casi vengono affrontati anche nelle sedi giudiziarie le donne arrivano a sentirsi prive di tutela da parte delle istituzioni. Sole».

Il problema, quindi, è che le donne si sentono sole?

«Assolutamente sì. Bisogna pretendere che tutte le istituzioni, da quelle locali a quelle nazionali, predispongano le tutele previste dalla legge. Proviamo a spostare l’asse del ragionamento e, con esso, il tipo di narrazione della violenza. Non descriviamo più le donne come vittime fragili, bisognose di lezioni su come comportarsi. È tempo, invece, di fare richieste allo Stato e di esigere il rispetto dei propri diritti. Soltanto in questo modo si può non farle sentire sole. Le leggi ci sono, dalla Convenzione di Istanbul alla legge sul Femminicidio, passando per il Codice Rosso, ma è necessario che trovino una rispondenza reale in quegli strumenti che tutelano le vittime di violenza».

Nell’indagine Istat appare evidente, inoltre, che i Centri Antiviolenza facciano massiccio ricorso al volontariato, per la scarsità di risorse provenienti dallo Stato…

«I dati purtroppo sono lo specchio di una situazione generale nel nostro paese. Nello specifico di L’Aquila noi attendiamo la Casa Rifugio, perché una donna che denuncia poi deve avere la possibilità di essere accolta altrove ed essere seguita da personale competente. Il Centro Antiviolenza dell’Aquila ovviamente nasce come associazione di volontariato e come ‘soggetto politico’ che guarda al femminismo come chiave di trasformazione. Noi siamo tutte volontarie. Abbiamo usufruito della Legge 31 del 2006 che finanzia i Centri Antiviolenza. Le risorse che arrivano sono, comunque, spesso ridicole. La vita di una donna vale così poco?».