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Guerra dei dazi, colpito duramente anche l’export abruzzese

Le ripercussioni sull'Abruzzo della guerra dei dazi. Che fare? Il contributo dell'economista Piero Carducci.

La guerra dei dazi e le ripercussioni sull’Abruzzo. Il contributo dell’economista Piero Carducci.

Come era facilmente prevedibile e come avevamo previsto (CLICCA QUI) la guerra dei dazi sta ormai degenerando, è sfuggita di mano ai “grandi” della Terra e si è trasformata in guerra commerciale e valutaria senza esclusione di colpi. La contesa iniziata tra USA e Cina  si è poi velocemente allargata e coinvolge ora tutto il mondo, innesca reazioni a catena, rappresenta una pesante minaccia per la crescita e per la pace mondiale. Tutto il sistema del commercio internazionale è entrato in forte squilibrio, e possiamo solo sperare che i leader mondiali ritrovino il buon senso perduto e riescano a spegnere l’incendio prima che sia troppo tardi (la storia insegna i gravi pericoli insiti in queste situazioni…).

Se le cose non cambieranno rapidamente, anche l’Abruzzo pagherà un conto salato. I nuovi dazi già autorizzati dal WTO – e quelli che saranno autorizzati – colpiranno settori importanti per l’export della nostra regione: l’intera filiera agroalimentare, la moda, i materiali da costruzione, la metalmeccanica e l’automotive. Il conto più salato sarà pagato dall’agroalimentare per l’export di vini, formaggi, pasta, olio extravergine di oliva, salumi, olive, uva, marmellate, succhi di frutta, frutta in scatola, acqua, alcolici e caffè lavorato. Quello americano è, dopo la Germania, un mercato sinora in crescita ed assolutamente strategico per le industrie abruzzesi che, ove le nuove tariffe doganali dovessero andare in onda, vedranno una riduzione più o meno marcata dell’export, e questo dopo aver già pagato duramente per le sanzioni contro la Russia.

Che fare? Poco può la politica regionale su questioni sovranazionali come la guerra commerciale. Più di qualcosa tuttavia si può fare: occorre una politica economica di diversificazione dei mercati di sbocco e di sostegno alla filiera dell’export. La strategia regionale andrebbe raffinata e contestualizzata, e dovrebbe basarsi su alcuni assi d’intervento: la diversificazione dei mercati di sbocco, sostenendo le aziende con piani di sistema; la promozione di filiere integrate, che permettano all’indotto di agganciarsi al flusso di export;  lo sviluppo delle competenze, per fornire assistenza qualificata agli operatori che vogliano sbarcare su nuovi mercati. E poi l’accesso al credito: è essenziale immettere liquidità – con i fondi di rotazione, il sostegno ai Confidi e interventi di private equity  – in un sistema asfittico, privo di un sistema regionale del credito, permettendo quindi alle aziende di investire per crescere e creare lavoro.

E poi la questione irrisolta del nanismo industriale. Le PMI devono essere spinte ad aggregarsi in filiere con provvidenze premiali e potrebbero divenire terreno elettivo di applicazione di start up innovative in ambito di progetti trilaterali tra Università, grandi imprese e appunto piccole realtà specializzate su singoli processi o parti produttive. Ciò favorirebbe gli investimenti in R&S, l’innovazione e l’internazionalizzazione. Da semplificare e accorpare le partecipate regionali (Abruzzo Sviluppo, FIRA…) sul modello virtuoso del Friuli Venezia Giulia.

Non è poco, facciamolo.

Piero Carducci, economista

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