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Mostra Roberto Grillo, ‘Perché ci ho messo la faccia’

Tra le persone che hanno partecipato alla mostra del fotografo aquilano Roberto Grillo, c'è anche la dott.ssa Clementina Petrocco, psicoterapeuta di L'Aquila, che affida alla città una riflessione.

Mostra Roberto Grillo, per chi ci ha messo la faccia

 

Tra le persone che hanno partecipato alla discussa mostra del fotografo aquilano Roberto Grillo, promossa e sostenuta dall’Associazione Culturale Segno, c’è anche la dott.ssa Clementina Petrocco, psicoterapeuta di L’Aquila,

La psicoterapeuta ha elaborato una riflessione sulla mostra di Roberto Grillo “6 aprile. Ricordo. Memoria. Futuro.” che contiene interessanti spunti di riflessione non solo sulla mostra ma su diversi aspetti da non ignorare nell’anno nel Decennale.

« Riteniamo che dalle parole della Dott.ssa Petrocco  possa nascere un momento di confronto costruttivo, di approfondimento e di riflessione vera per tutta la Città, dalle istituzioni al singolo cittadino.» commenta Anna Maria Marra dell’Associazione Culturale Segno.

La riflessione della dottoressa Clementina Petrocco

Seguo da settimane le polemiche che stanno accompagnando la mostra di Roberto Grillo, promossa dalla Associazione Culturale Segno, e per la quale anche io ho prestato il mio volto e la mia visione del ricordo, della memoria e del futuro. Ritengo giusto esprimere il mio pensiero, professionale prima ancora che personale.

Roberto Grillo mi ha chiesto di esserci, per il mio lavoro di psicoterapeuta, svolto sia nel 2009, e ancora  oggi, ma anche nel 2016 ad Amatrice e poi a Rigopiano, quando ho messo a disposizione la mia professionalità per aiutare a risolvere il trauma, il dolore, per aiutare ad andare avanti.

In questa mostra… Io ci ho messo la faccia.

In molti mi hanno chiesto perché. 

Perché ci credo, perché ogni giorno mi incontro con il prima, il durante ed il dopo delle persone.

Parlare di queste foto, cercare di capirne il significato , vuol dire parlare dell’individuo e del collettivo, del prima e del dopo di ognuno, di ogni morte, ogni separazione, ogni perdita, ogni catastrofe privata o pubblica che ognuno di noi vive.

 Parlare di questa mostra fotografica vuol dire parlare di perdite,  di dolore lacerante,  di sensi di colpa che ci accompagneranno per tutta la nostra vita.

Tre anni fa il terremoto di Amatrice ci ha messo di nuovo di fronte a morte, distruzione, macerie,  senso di colpa, dolore senza fine.

Molti sfollati vivono oggi a L’Aquila:  la mostra è anche per loro, è per tutti, ognuno di noi che ha le proprie perdite.

Parlare di questa mostra significa altresì parlare di superficialità, negligenza, senso di onnipotenza e molto altro ancora. 

Questa mostra è per non dimenticare, per ricordarci ogni giorno di “fare diversamente”.

Abbiamo il dovere della memoria e alla memoria.

 

Tutti noi abbiamo vissuto un trauma, “commozione psichica imprevista e accompagnata dall’illusione che una cosa del genere non poteva capitare, non a noi”.

L’orco è arrivato di soppiatto, la madre terra, da mater familias accogliente si è trasformata improvvisamente in matrigna cattiva che ci ha ucciso, ha ucciso in nostri figli, i genitori, gli amici , colpendo in maniera feroce ed indiscriminata e  poi ci ha scacciato, distruggendo le domus, rifugio sicuro, la polis dove c’era vita, relazioni, incontri, arte .

Siamo stati tutti siderati, ma di fronte alla perdita dei propri cari e di una parte di sé, reale o immaginaria, abbiamo, nel tempo due possibilità: il diniego o l’elaborazione.

Il diniego è un modo di difesa che consiste in un rifiuto da parte del soggetto di riconoscere la realtà di una percezione traumatizzante. Quindi determinati aspetti della realtà esterna oppure del proprio vissuto non sono riconosciuti, anche quando questi appaiono evidenti agli altri. Si tende a evitare di entrare in contatto con la esperienza, le rappresentazioni di sé stesso o degli altri o i significati emotivi a queste connessi, nel tentativo di tenere a distanza determinati temi conflittuali, quindi si tende a dimenticarli a dire che ormai è passato, che dobbiamo andare avanti.

 

E dobbiamo andare avanti ma ricordando ed elaborando!

Il ricordo lo dobbiamo ai morti ed al passato di ognuno di noi!

L’elaborazionedel trauma e del lutto, lo dobbiamo ai vivi che sono rimasti senza, ai nostri figli, a noi stessi.

Elaborare significa entrare nel dolore, attraversarlo in tutte le sue fasi, dalla siderazione alla negazione, alla colpevolizzazione, alla accettazione, al perdono di noi stessi per arrivare al superamento, alla speranza, alla rinascita: questo processo ci permette di soffrire in maniera diversa e di continuare a dare vita sotto innumerevoli forme.

 Il diniego ci blocca, senza passato, senza presente, senza futuro, solo con traumi e angosce che a livello epigenetico trasmettiamo alle  generazioni future. 

Elaborare  per “ricostruire”. 

 

Costruire significa fare qualcosa che abbia una struttura. A livello personale la ricostruzione riguarderà la ferita narcisistica a monte del trauma, e ampliata dal trauma. A livello sociale riguarderà una nuova organizzazione del sistema, che rispetti gli individui nella loro dignità, li agevoli nel soddisfacimento dei loro bisogni primari materiali e affettivi, e sviluppi una cultura del senso di comunità.

 Questo il senso della mostra, nelle foto ci sono persone vive che hanno  vissuto e attraversato a vario titolo il trauma, nei volti c’è a destra il passato, nel centro il presente, a sinistra il futuro con la voglia di andare avanti, di rinascere e contemporaneamente di non dimenticare, a monito di tutti i drammi che ogni ora si consumano nel mondo.

 Per questo ci ho messo la faccia.”

     

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