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Il decreto Salva Roma e affossa l’Italia

L'analisi del provvedimento legislativo "Salva Roma" nell'editoriale di Fulgo Graziosi.

Il decreto “Salva Roma” e affossa l’Italia

Nell’ascoltare le notizie che vengono quotidianamente diramate dai nostri Parlamentari attraverso gli organi di informazione, mi sorge un dubbio atroce.

Questi signori hanno sottoscritto un contratto di governo, oppure stanno utilizzando il “Pozzo di San Patrizio”, dal quale ogni tanto fanno tirare fuori dal pappagallino la famosa “pianeta” profetica di tanto benessere? Sono convinto che ci voglia un sofisticato “sonar” per seguire le vorticose evoluzioni parlamentari.

Si passa dalle esplosive notizie di possibili scandali, agli eclatanti proclami, enunciati con estrema disinvoltura e superficialità, per salvare dalla bancarotta il Municipio della città eterna.

Tutto è possibile teoricamente. Praticamente occorre poggiare bene i piedi per terra, raccogliere le idee, sedersi a tavolino con carta e penna ed iniziare a fare qualche piccolo conto. Se bastasse fare un sacrificio economico per salvare l’Urbe, si potrebbe trovare anche una sofferta soluzione, che non sarebbe definitiva.

Sicuramente, dopo aver riparato questa falla, se ne aprirebbe una nuova e più consistente. Infatti, non sono soltanto quelle esposte le impellenti necessità di Roma. Ma, non è soltanto questo il problema.

L’emissione del provvedimento legislativo, volto a tamponare la falla, ne aprirebbe altre mille o diecimila dalle proporzioni inestimabili. Tutti gli Enti Locali, nessuno escluso, Comuni, Province e Regioni avrebbero il diritto di ottenere lo stesso identico trattamento riservato a Roma.

 

A chi ha buona memoria viene in aiuto la storia, anche se qualcuno sostiene che essa non serve a nulla. Allora, non
chiamiamola storia, definiamola più comunemente cronaca.

Sono eventi consolidati nella storia del Paese, dell’economia, della finanza e del debito pubblico nazionale, che dovrebbero insegnare qualcosa a tutti coloro che sono impegnati nella guida della Nazione.

La vorrei rammentare brevemente, affinché possa essere tenuta in debita considerazione nella stesura del documento economico finanziario che il Governo si appresta a redigere.

All’inizio degli anni ’80 il Parlamento licenziò una legge per il finanziamento delle opere pubbliche, finalizzato a creare quel movimento finanziario capace di conferire una spinta alla crescita del PIL nazionale. La legge prevedeva la realizzazione dei lavori attraverso la contrazione di mutui da parte degli Enti interessati, ai quali avrebbe fatto carico la sola sorte capitale, mentre gli interessi sarebbero stati a carico dello Stato.

Diverse Amministrazioni sottoscrissero con le Banche i prescritti contratti di mutuo. Alle porte dell’estate, precisamente nel mese di luglio, il Governo si accorse che, rispetto alle aspettative, i mutui contratti erano scarsi, anche perché molti Enti non disponevano in quel periodo dei cespiti da offrire in garanzia. Immediatamente venne emesso un Decreto, con il quale lo Stato si accollava anche l’onere della sorte capitale, limitatamente a quelle operazioni perfezionate entro il 30 giugno.

Gli Enti che non avevano sottoscritto contratti di mutuo sollevarono un’onda politica anomala, costringendo il Governo ad emettere, nella seconda decade del mese di novembre un altro decreto, per concedere l’accesso ai benefici di legge a tutte le Amministrazioni che avessero perfezionato i contratti di mutuo entro il 31 dicembre. Fu
una corsa al massacro.

Quasi tutte le Amministrazioni locali presentarono le richieste di mutuo con semplici deliberazioni di Giunta, prive dei rispettivi progetti esecutivi, che indicavano spese per impianti di illuminazione, sistemazione di strade, realizzazione di opere igienico sanitarie.

Ricordo che le locali Casse di Risparmio, organi di tesoreria di quasi tutti gli Enti regionali, stipularono contratti fino al 31 dicembre per importi complessivi iperbolici. Con l’inizio del nuovo anno i nodi vennero al pettine.

Lo Stato non aveva risorse economiche sufficienti per il finanziamento per la realizzazione delle innumerevoli opere pubbliche.
Di qui l’esigenza, qualcuno la definì “ottima trovata”, di emettere obbligazioni dello Stato all’accattivante tasso del 16%, con le quali furono raggranellate consistenti sostanze. Comunque, non sufficienti. Vennero aumentati i tassi sui mutui per l’acquisto delle abitazioni e le Banche furono costrette ad adottare il sistema del tasso variabile. Su questi contratti gli interessi arrivarono ad incidere fino al 26%.

Le Casse di Risparmio abruzzesi, allo scopo di evitare di essere perseguite legalmente per usura, fecero una veloce ricerca di mercato e rilevarono che le consorelle lombarde avevano fissato un tasso massimo del 18% circa.

In Abruzzo fecero meglio. Stabilirono di non superare il 16%. Morale. Questa sconsiderata operazione determinò la verticalizzazione del debito pubblico nazionale.

L’indicatore del debito è stato orientato sempre verso l’alto e l’ascesa non si è mai arrestata. Non ha subito pause o diminuzioni. Questa è una lezione che gli attuali governanti dovrebbero studiare attentamente e tenere nella debita considerazione. L’eventuale concessione del ripianamento del debito di romano comporterà una levata di scudi da parte di tutti gli Enti Locali che, proporzionatamente, vorranno godere dello stesso beneficio. Il tutto a discapito
delle tasche degli italiani.

Perciò, è necessaria una attenta riflessione, perché sbagliare è umano, perseverare nell’errore è diabolico e da incoscienti.

Onde evitare sommosse del tipo venezuelano, sarà bene operare delle oculate scelte che non comportino la bancarotta nazionale, dal momento che le risorse economiche disponibili sono sufficienti per la sola sopravvivenza.

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