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Abruzzo, storie di emigranti, minatori e di forza di volontà

Emigranti abruzzesi, storie di chi ha lasciato il pese d'origine e non vi ha fatto più ritorno. Il racconto di Nando Giammarini.

Emigranti abruzzesi, quando la difficoltà quotidiana incontra e diventa forza di volontà.

*di Nando Giammarini

L’emigrazione è un fenomeno sociale determinato principalmente dal fatto di sfuggire alla morsa della disoccupazione, quindi alla povertà. In essa sono insiti sentimenti di dolore dovuti alla lontananza, agli innumerevoli sacrifici, alla separazione di nuclei famigliari composti da intere parentele i cui uomini, fratelli mariti cognati, cugini partivano a gruppi in cerca di fortuna.

Agli inizi essa era ancora contenuta da pochi trasferimenti ma a partire dal 1870 iniziò ad avere le caratteristiche tipiche di un fenomeno di massa. L’Abruzzo dell’immediato dopo guerra, come tante altre Regioni del nostro Paese, ha conosciuto, con il divario Nord Sud, l’ingiustizia di misere condizioni economiche per cui non si riusciva a garantire il minimo indispensabile al fabbisogno familiare. Tempi duri, di povertà, di emigrazione, di lontananza dagli affetti più cari e dalla materna terra. I minatori abruzzesi erano dislocati all’estero ed in quasi tutte le Regioni italiane.

Alcuni dell’Alta Valle dell’Aterno in Europa ed altri di Capistrello in Italia hanno dato il loro contributo, anche di sangue, dalle dighe tra le montagne più alte e impervie ai trafori alpini, alle gallerie delle autostrade nazionali a quelle dell’alta velocità. Ovunque ci sono vittime capistrellane, dal Monte Bianco a Mignano Montelungo ad Acquasanta, alle gallerie della A24/A25, tutta l’autostrada del sole. All’estero verso paesi più promettenti quali l’America e l’Australia. Poi il Sud Africa, la Nigeria, la Colombia, la Tanzania e la Cina o la più vicina vicina Francia, il Belgio, la Svizzera dove l’esistenza dei nostri conterranei e compaesani era segnata da fatica, pregiudizi, sofferenza che marciavano di pari passo con il desiderio di una vita migliore e più dignitosa soprattutto per le proprie famiglie. Lasciate nei paesi d’origine.

Prova provata di questo ingiusto stato di totale disagio, dovuto alla sofferenza ed al dolore, erano le foto che ritraevano quella povera gente in partenza con una valigia di cartone o le struggenti lettere scritte ai propri cari. Io – figlio di un minatore, che lavorò nelle miniere francesi di Charleroi – ben conosco le loro difficili e problematiche condizioni di vita e di lavoro ed i bistrattamenti cui erano continuamente sottoposti. I belgi spesso li apostrofavano come “musi neri” o “sporchi maccaroni” e li facevano alloggiare nelle fatiscenti baracche che erano state utilizzate prima come lager dai nazisti e poi come campi di prigionia per gli stessi tedeschi. Papà più volte mi raccontò delle sofferenze e delle condizioni di vita e di lavoro disumane. Mi parlò della silicosi la maledetta malattia professionale, che lo condusse alla morte nel febbraio del 1999, tipica di quanti sono a contatto con le polveri che a lungo termine ostruiscono i polmoni; della totale mancanza delle condizioni di sicurezza per cui se, nelle cavità della terra, si verificava un incidente era la fine.

Un episodio che rappresenta tutti i Caduti del Lavoro minerari la strage di Marcinelle, l’8 agosto del 1956 intorno alle 8.00 , ove perirono 262 minatori di cui 136 italiani. Erano gli uomini di ieri di oggi e di domani che pur di garantire un minimo sostegno alle famiglie affrontavano viaggi della speranza ammassati su vari treni merci invece che, a differenza dei disperati del terzo millennio, sulle carrette del mare di oggi. I nostri corregionali hanno sempre rappresentata egregiamente nel mondo quell’indole abruzzese di gente forte e gentile con grande fierezza del pensiero, forza nel lavoro e fede nel prossimo, che poi rivela e valorizza nei tanti splendidi ed appassionati racconti dei personaggi, che hanno scritto a caratteri indelebili la storia dell’Italia nel mondo. Costoro sono gente moralmente sana e non conoscente paure che talvolta arrivano, in un impeto di coraggio, a sfidare il destino. Possedevano, ed i pochi sopravvissuti possiedono ancora quelle stesse qualità che distinguono tutti gli abruzzesi, confermate nelle tracce e nelle impronte che hanno lasciato i nostri emigranti nel mondo. Un popolo ad alto quoziente morale, solidale, forgiato dai tanti frequenti terremoti che nei secoli hanno segnato terribilmente la nostra gente ed hanno inferto un’indelebile cicatrice sulla sua fisionomia rendendoci coraggiosi, preparati, scaltri alle insidie e un pizzico fatalista.

Tutte qualità – vi posso assicurare – che ben servono all’emigrante e che peraltro, nelle condizioni più difficili, lo aiutano alla sopravvivenza e lo sostengono nei tanti momenti critici, con la profonda convinzione che solo una buona motivazione può dare, in quelle dure e pesanti giornate di lavoro nelle viscere della terra. Dedico questo articolo alla memoria di mio padre ed a tutti i Caduti del Lavoro il cui sacrificio, fino all’estremo tributo della vita, ha contribuito a fare grande il nostro Paese.

 

(foto leboisducazier)

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