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L’Aquila 2009, Massimo Cialente si racconta: il mio terremoto

Massimo Cialente, alla vigilia della presentazione del suo libro "L'Aquila 2009, Una lezione mancata" si racconta a Il Capoluogo. O meglio, racconta il suo terremoto.

L’Aquila – Il sindaco Massimo Cialente, alla vigilia della presentazione del suo libro “L’Aquila 2009, Una lezione mancata” si racconta a Il Capoluogo. O meglio, racconta il suo terremoto.

Il viaggio attraverso questi dieci anni parte, in compagnia della direttrice de Il Capoluogo Roberta Galeotti, dalla Prefettura, edificio simbolo del Governo, crollato la notte del 6 aprile: “Non solo Obama: da qui venne fatto qualche mese dopo il sisma un collegamento con il Governo canadese, che poi ci regalò la struttura per studenti a Coppito, che proprio i ragazzi chiamano “Il Canada”

Il racconto della notte del terremoto di Massimo Cialente.

“La notte del terremoto per me inizia molto prima. Stavo guardando una partita di calcio: verso le 23 ci fu la prima scossa. Stavamo per andare a letto, mio figlio Federico, il minore, per fortuna era in gita. Mentre mi apprestavo ad andare a letto, mi chiamò il Questore Piritore: era molto agitato. Mi disse: “Massimo, chiudi le scuole”. Io gli dissi che le avevo già chiuse quella settimana, in seguito alla scossa del 30 marzo, per due giorni” racconta Cialente.

“Iniziai a chiamare la Protezione Civile Regionale, il vicesindaco Riga, l’assessore ai lavori pubblici Lisi che aveva fatto controllare tutti gli edifici comunali, le scuole. Mentre c’erano queste frenetiche telefonate, ero al telefono con Lisi e arrivò la seconda scossa, forte, all’una di notte. A Murata Gigotti già erano accorsi in tanti, mi diceva Giosafat Capulli. In piazza Duomo c’erano tanti universitari, terrorizzati: avevo sentito Luca D’Innocenzo. Ore terribili: non avevamo alcun elemento, alcuna certezza. Chiudere le scuole, sì: ma per quanto tempo? Ero talmente stanco che mi addormentai con la luce accesa: ho visto il terremoto e non mi sono mosso. Ho iniziato a chiamare i figli.

Poi mi sono affacciato alla finestra e ho visto questo fungo atomico, giallo: le polveri della città in frantumi.

Da quel momento, mentre loro scappavano, io dissi: da questo momento serve il sindaco. Presi giacca, una camicia pulita, una cravatta già annodata e iniziai. Mi fermava la gente, disperata. Ho sempre pensato a questi anziani bloccati dentro casa, soli. E io chi potevo mandare? Chi potevo mandare?”

La prima telefonata con Bertolaso: da questo momento dipende tutto da te

“Andai al Coc, a via Carrabba ma era impossibile accedere a quella struttura. Allora decidemmo per la Reiss Romoli: anche lì sembrava tutto bombardato. Sentii Bertolaso che mi disse: “sindaco, devi stare calmo. Da questo momento dipende tutto da te”. Poi un’altra telefonata: “Sindaco, Onna non c’è più”. Mi chiamò l’allora presidente della Regione Chiodi: “Massimo, che è successo?” Gli dissi: “Non fare l’autostrada. Prendi una camionetta dei Carabinieri e fai le Capannelle”. Non sapevo se ci fossero state frane. Quando vidi arrivare l’ing. Basti (direttore emergenza Vigili del Fuoco) cominciammo a ragionare su qualcosa. Con Carlo Bolino – in giro con lo scooter con quel freddo-  pensammo di andare alla Guardia di Finanza, in contemporanea lo propose anche Bertolaso. Quella caserma di fatto ha ospitato la città virtuale. Nella palestra ho ricevuto Ministri, dirigenti di multinazionale. Ricevevo sugli spalti. E poi, i funerali… rimarrà nella storia di questa città, come il terremoto del 1703. Noi non conosciamo il carnevale, per storia. A L’Aquila non esiste. Queste generazioni di aquilani colpiti dal terremoto – almeno tre generazioni – non scorderemo mai”.

La presentazione del volume ci sarà sabato pomeriggio alle 17:30, all’Auditorium dell’Ance

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