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Avezzano, donna muore per trasfusioni infette: familiari risarciti

Saranno risarciti i figli di una donna avezzanese, morta in seguito a trasfusioni infette. La Corte d'Appello condanna il Ministero della Salute.

Avezzano – Risarcimento danni ai familiari di una donna avezzanese morta 11 anni fa, dopo diverse trasfusioni infette.

Il Ministero della Salute ha condannato la Corte d’Appello di Roma a risarcire, per la cifra di 800mila euro, gli eredi di V.A., deceduta nel 2008, dopo anni di sofferenze e il contagio del virus Epatite C a causa di trasfusioni infette.

I fatti risalgono agli anni ’90, precisamente al 1992, quando la donna fu coinvolta in un drammatico incidente stradale, in cui subì pesantissimi danni fisici, con il conseguente ricovero in diversi ospedali e una lunga serie di trasfusioni di sangue. Complessivamente furono diverse decine le trasfusioni di sangue, ricevute in tre differenti ospedali: due in Abruzzo (L’Aquila e Teramo), uno nella regione Marche (Ancona).

Un’odissea lunga per la donna, la quale, forse per qualche leggerezza nel sistema dei controlli del sangue raccolto, contrasse un virus, l’epatite C, diagnosticatole nel 2005 e causato, proprio, dalla trasfusione di sangue infetto. Tre anni dopo V.A. morì.

La vicenda approda nelle aule giudiziarie nel 2010, quando i figli della signora, assistiti dall’avvocato del Foro di Avezzano, Cristian Carpineta, decisero di intentare una causa di risarcimento danni, per la morte della loro madre causata da trasfusioni infette. Attraverso lo studio delle numerose cartelle cliniche, infatti, il legale, coadiuvato dalla consulenza tecnica del medico legale Giuseppe Stornelli, ricostruì la travagliata vicenda sanitaria.

La linea adottata dal legale Carpineta, ovvero la richiesta di tutti i danni al Ministero della Salute – considerata l’impossibilità di individuare l’ospedale responsabile e, quindi, quale Asl chiamare a rispondere della trasfusione infetta – portò ad un primo nulla di fatto. In prima istanza, infatti, nel 2014, la causa intentata dai figli della donna fu respinta dai giudici del Tribunale di Roma, competente per il territorio.

Secondo il giudice negli anni ’90 il Ministero della Salute aveva adempiuto ad ogni obbligo di legge, non essendo competente per le trasfusioni stesse, che erano affidate alle Ulss. Per i giudici la responsabilità delle trasfusioni infette, scoperte dal consulente di parte – due, che sarebbero state effettuate all’ospedale di Ancona – era da attribuire esclusivamente alle strutture ospedaliere.

La vicenda giudiziaria non terminò qui.

La prima sentenza, infatti, fu impugnata dal legale. In Corte d’Appello i giudici, dopo la fase dibattimentale, hanno ribaltato la sentenza di primo grado del Tribunale di Roma, addebitando, al di là delle deleghe conferite nel tempo alle ULSS (nel 1994 entrarono in gioco le Asl, Aziende sanitarie locali), la colpa del contagio da trasfusione infetta, con la conseguente morte della donna, al Ministero della Salute, ritenuto soggetto apicale circa la programmazione, il controllo e l’approvvigionamento del sangue.

I giudici capitolini hanno quindi disposto l’immediata discussione orale della causa e dopo alcune ore di camera di consiglio, con sentenza resa a margine del verbale d’udienza, hanno accolto la richiesta di risarcimento danni dei familiari di A. V., valutati per una somma di 800mila euro.

 

Foto di Meteo Web

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