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Albergo diffuso, da Santo Stefano al Ruanda

Turismo etico e responsabile: il modello di albergo diffuso di Kihlgren che tanto successo ha avuto a Santo Stefano di Sessanio verrà adottato in Ruanda

L’ albergo diffuso di Santo Stefano di Sessanio si sposta in Africa.

O meglio, il modello di imprenditoria ed etica di Daniele Kihlgren che tanto successo ha avuto a Santo Stefano di Sessanio e Matera verrà adottato anche in Ruanda dove, ad essere valorizzate e recuperate, saranno le capanne di fango e terra sul Lago Kivu.

Un turismo etico e sostenibile, capace di coniugare business imprenditoriale, dunque profitto, con economia sociale, quindi distribuzione della ricchezza anche fuori da un consiglio di amministrazione, nato dall’idea geniale dell’imprenditore milanese innamorato dell’Abruzzo interno.

Dopo Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo e i Sassi di Matera in Basilicata, Kihlgren vuole andare in mezzo all’Africa. In Ruanda, nel Lago Kivu, sull’isola di Nkombo.

Il progetto lo racconta Il Corriere della Sera nella sua edizione online

“L’ albergo diffuso è un termine che a lui non piace, perché è riduttivo rispetto al suo più ampio progetto culturale-identitario: la tutela di un paesaggio — naturale, ma anche antropologico e sociale — che sta scomparendo come modello di sviluppo per farne un luogo turistico”

si legge nell’articolo di Renato Franco

“Il turismo è in conflitto con l’aspetto identitario, noi pensiamo a qualcosa di diverso” spiega Daniele Kihlgren.”Siamo al confine con il Congo, un luogo poco toccato anche durante il genocidio del 1994. Da allora in poi – il Ruanda è molto cambiato, il Pil aumenta ogni anno con percentuali che oscillano tra l’8 e il 10 per cento, il governo si orienta a progetti sociali: dalla distribuzione di materassi per non dormire per terra a quella di ciabatte per non camminare a piedi nudi, fino alle politiche ecologiche sul divieto di utilizzo della plastica. Il progetto è costruire capanne di fango e terra, come quelle in cui abita la popolazione locale, per attirare il turismo sostenibile di cui siamo fautori. Sull’isola di Nkombo costruiremo delle capanne a 2mila euro l’una, quando la camera di un resort ne costa in media tra i 50 e i 65 mila, ma si porta dietro sempre un’idea di finto e di omologato, sono architetture tutte uguali che non tengono conto del contesto in cui si trovano”.

Nell’articolo anche un riferimento a come Kihlgren si innamorò di Santo Stefano di Sessanio:

«Nel borgo antico e nel paesaggio agrario – racconta – circostante non vi era segno alcuno del ventesimo secolo, non vi erano case o palazzine in cemento armato, non vi erano capannoni artigianali o industriali. Tutto si era fermato al tempo passato. Erano anni che cercavo luoghi dove ancora non si era corrotto un paesaggio storicamente così identificante il nostro Paese fino a diventarne uno stereotipo dell’immaginario e delle arti figurative. Andai dal mio commercialista e gli spiegai le potenzialità di questo borgo paradossalmente salvato dall’abbandono e dai drammatici destini di emigrazione che avevano dissanguato il Sud Italia e la sua montagna. Gli spiegai che immaginavo una possibile ridestinazione per queste terre intense e desolate». Così è nata la sua idea di albergo diffuso, una ristrutturazione nel segno delle imperfezioni originarie: «L’architetto vuole lasciare un segno di sé, le imprese di costruzione con squadra e compasso vogliono dimostrare quanto sono brave a ripristinare con il righello. La mia idea è un restauro di tipo realmente conservativo, non in termini museali, ma vivo». 

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