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Bussi, colpo di spugna sulle condanne

La Cassazione ribalta la sentenza della Corte d'Appello aquilana. Quattro degli imputati assolti per non aver commesso il fatto. per altri sei la Corte ha dichiarato prescritto il reato di disastro ambientale, riconosciuto invece in Appello.

Finisce con un nulla di fatto il processo per la discarica dell’ex stabilimento Montedison di Bussi (Pescara).

La quarta sezione penale della Cassazione ha annullato le 10 condanne agli ex manager emesse dalla Corte d’Assise d’Appello dell’Aquila il 17 febbraio 2017.

In particolare, quattro degli imputati vengono assolti per non aver commesso il fatto; per altri sei la Corte ha dichiarato prescritto il reato di disastro ambientale, riconosciuto invece in Appello.

Strada in salita anche per i risarcimenti alle parti civili perché la Cassazione ha revocato anche le statuizioni civili, ossia le provvisionali sulla base delle quali le parti – tra cui presidenza del Consiglio, ministero dell’Ambiente, Regione e Provincia oltre ad associazioni ambientaliste e due privati – potrebbero basare la causa in sede civile.

La decisione è stata appresa con sconforto dai legali di parte civile.

La Cassazione annulla la sentenza della corte aquilana sul disastro di Bussi.
Tra “non avere commesso il fatto” e “annulla le statuizioni civili” si mette una bella pietra tombale su tutto, compresi i rifiuti pericolosi ancora seppelliti lì sotto.
In Italia chi inquina non paga.
Tranquilli.
Peccato per il lavoro fatto, a questo punto inutilmente, e per un territorio che ritengo non riceverà il giusto ristoro e compensazione per il gravissimo danno subito.
L’unica consolazione personale è avere lavorato con impegno e dedizione fino all’ultimo, con i colleghi degli enti locali e delle associazioni ambientaliste, con i tecnici che ci hanno assistito, con gli studenti che si sono dedicati con passione al caso della Tremonti.
Fare l’avvocato forse è anche questo e bisognerebbe essere resistenti a prove così.
Ma per Bussi e per l’Abruzzo, dentro di me, era diverso.

L’amaro sfogo di Cristina Gerardis, avvocato dello Stato

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