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Metro, il Comune non dovrà sborsare 4 milioni

Contenzioso Comune Cgrt, l'amministrazione non dovrà versare i 3,7 milioni di riserve per i lavori eseguiti. La sentenza della Corte d'Appello.

Sentenza della Corte d’Appello di L’Aquila, confermato il primo grado: il comune non dovrà versare 3,7 milioni di euro alla Cgrt che aveva vinto l’appalto per l’incompiuta metro di superficie.

È stata pubblicata la sentenza 667 della Corte d’Appello dell’Aquila, con la quale è stato respinto il ricorso della Cgrt, la società che aveva vinto l’appalto per la metro di superficie, rimasta poi incompiuta. Come ricorda questa mattina Il Messaggero, la ditta aveva impugnato la sentenza di primo grado che stabiliva che il Comune dell’Aquila non avrebbe dovuto sborsare 3,7 milioni di euro richiesti come riserve reclamate per lavori eseguiti superiori al 10% del valore complessivo.

Metro di superficie, l’appalto e i lavori bloccati.

A seguito di una procedura ad evidenza pubblica, alla Cgrt era stato assegnato l’appalto per la realizzazione della metropolitana di superificie, rimasta però incompiuta per una serie di contenziosi. Del progetto iniziale, rimangono i tracciati che i treni elettrici avrebbero dovuto percorrere.

Il contenzioso e la sentenza.

La Cgrt reclamava riserve per lavori eseguiti superiori al 10% del valore complessivo, per un totale di 3,7 milioni di euro. Un’apposita commissione consigliare, ricorda Il Messagero, aveva riconosciuto il valore delle riserve reclamate, ma – non riconoscendo il relativo debito fuori bilancio – non dette seguito all’accordo. Da qui il contenzioso giudiziario, finito in primo grado con una sentenza contraria alla società, che quindi ha promosso un ricorso in Appello. La Corte d’Appello dell’Aquila, però, ha confermato la sentenza di primo grado: il Comune non dovrà sborsare i 3,7 milioni richiesti, in quanto secondo i giudici il riconoscimento delle riserve è comunque subordinato al riconoscimento del debito fuori bilancio, senza il quale il Comune avrebbe semplicemente esercitato la legittima facoltà di recedere dall’accordo bonario.

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