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Madonna Fore, Opera d’arte e spazio pubblico foto

Le statue della Madonna Fore: una contaminazione, una violenza al paesaggio o uno sbaglio di posizionamento. Il dibattito.

L’opera d’arte e lo spazio pubblico nella periferia aquilana.

Sia nel caso in cui lo spazio lo si intenda come cornice fisica, urbana e territoriale, sia nell’accezione storica, culturale e sociale, sostanzialmente le tendenze dell’opera d’arte nei confronti dello spazio pubblico sono tre: autonomia, quindi distacco e indifferenza; consenso e condivisione; dissenso e opposizione.

La relazione tra artisti e architetti è quasi sempre problematica; ma come nelle grandi scoperte della storia, a volte, la casualità interviene a sanare le controversie fra gli uomini, offrendo soluzioni che vanno oltre i loro contraddittori e spesso obsoleti modelli concettuali.

A L’Aquila infatti, i frammenti di un’opera d’arte – destinata all’itinerario attestato sulla Madonna Fore, caro agli aquilani di ogni età, laici e credenti – sono entrati a far parte, più o meno incidentalmente, del sagrato della basilica di San Bernardino in Piazza d’Armi situata agli inizi della periferia urbana.

Alcuni mesi fa la decisione di collocare lungo quel percorso le sette statue rappresentanti i sette dolori della Madonna, suscitò svariate critiche da parte dei cittadini per l’arroganza con la quale tale progetto invadeva, da ospite, un luogo già definito nella sua identità sociale, spaziale e culturale.

Chi ama la Madonna Fore per le lunghe passeggiate e l’immersione nella natura, ritenne l’intervento una contaminazione, una violenza al paesaggio.

madonna fore

E d’altra parte c’era anche chi ribadiva la laicità del luogo, in quanto per il Comune tale percorso è il Sentiero dei Nove Martiri e per il CAI è il Sentiero n. 1.

Perché dunque prediligere la componente religiosa con l’introduzione di tali statue? Oltre alla dimensione, le sette sculture avrebbero costituito un corpo estraneo, un monumento celebrativo.

Il problema non era tanto il soggetto, né la sua maggiore o minore capacità rappresentativa, quanto la sua relazione con il contesto, la condizione di ospite permanente di questo ambito urbano-naturalistico.

Nella commessa delle sette sculture si delineava già una alterazione sostanziale della identità spaziale e sociale del luogo che doveva accoglierle. Un’opera d’arte situata in uno spazio pubblico, se priva di capacità dialettica con il luogo, non può dirsi opera di arte pubblica.

O meglio, essa sarebbe “di grado zero dell’arte pubblica”.

Di fronte a questa problematica, presente in molti monumenti moderni, astratti e autoreferenziali, lo scultore britannico Henry Moore, prendendo in considerazione più la natura del luogo che il tema commissionato, amava ripetere: «Non mi piace lavorare su commissione nel senso che vado, guardo un posto e poi penso a qualcosa. Se mi si chiede di tener conto di un luogo per la possibile collocazione di una mia scultura, cerco di scegliere qualcosa di adatto tra ciò che ho fatto o che sto per fare.  Ma certo non mi siedo per cercare di creare qualcosa di apposito.»

Oggi, grazie ad avvenimenti accidentali, i bianchi frammenti de “La Croce”, ricomposti sulla piazza di San Bernardino in una anomala visione compositiva, campeggiano sullo sfondo scuro della facciata della basilica dalla raffinata e suggestiva trama lignea e si percepiscono sin dai primi gradini della scalinata.

In questa antinomia dialettica si concentra gran parte della originalità con la quale viene riproposto il tema della crocifissione.

I suoi canoni inediti si fondano proprio sulla forza evocativa trasmessa dai frammenti accostati fra loro in maniera inconsueta.

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Questi, perdendo la loro originaria arroganza dimensionale, l’estraneità al luogo e trascendendo un modello di rappresentazione che esaurisce le sue potenzialità nella pura realtà fenomenica, evocano l’evento doloroso come sollecitato da sconvolgimenti profondi che lo trasferiscono in una dimensione che dà accesso al senso del mistero.

In quest’ottica il piazzale della basilica di San Bernardino costituisce forse, il primo esempio post-sismico che esprime la gioiosa simbiosi di un’opera d’arte con uno spazio pubblico della periferia aquilana.

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