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Le case della discordia

Non tutti hanno memoria lunga, specialmente gli amministratori del Comune dell’Aquila.

Coloro che confondono la normale gestione amministrativa con il “fare politica”.

I due concetti appaiono abbastanza antitetici, poiché i Sindaci e gli Assessori esercitano il mero compito di esecutori delle leggi parlamentari.
Non può essere diversamente. Quindi di attività politica vera e propria ne svolgono proprio poco. Qualche modesta scelta può essere fatta nella ipotesi di programmazione del territorio, ma, sempre ed unicamente, all’interno dell’alveo delle leggi quadro di settore.

Ne abbiamo discusso a lungo negli anni, ma le convinzioni sono restate inamovibili.

Abbiamo anche parlato, nel recente passato, della grave pericolosità dello scambio, meglio ancora dell’assegnazione in proprietà, delle case che gli aquilani hanno lasciato al Comune, preferendo trasferirsi in altre sedi. Errore gravissimo per l’economia locale.

Proprio quelli che affermano di “fare politica” avrebbero dovuto precedere tali intenzioni, creando le occasioni per investire solo ed unicamente nella stessa città. Al massimo all’interno del cratere sismico. Invece, sono state
allentate le briglie e gli aquilani hanno investito in tutto il Paese. Questo significa fare politica? Non basta.
Qualche amministratore ebbe ad affermare che l’operazione avrebbe offerto al Comune l’occasione per costituire un vero e proprio patrimonio edilizio, tanto più che, per l’acquisizione, il Comune non avrebbe speso un solo euro. È questa una opinione assai discutibile, molto banale. Normalmente la moneta a due facce. Sulla prima si possono poggiare tutte le tesi possibili e immaginabili.

Sulla seconda, però, occorrerebbe poggiare sintesi corrette, plausibili e, oltretutto, reali, come i costi di gestione del patrimonio edilizio di rilevante peso per le casse comunali, gli effetti dirompenti per l’economia locale sia nel caso della locazione, sia per l’eventuale vendita in blocco del patrimonio edilizio comunale.

Gli effetti dei costi cominciano già ad essere oltremodo sensibili.

Infatti, le spese condominiali vanno accumulandosi mensilmente. In alcuni casi si aggiungono gli oneri per il riscaldamento, dove l’impianto è centralizzato.

A tutto ciò si aggiungano anche gli oneri dei tributi per l’acqua, le fogne, la TARI, la TASI, l’energia elettrica e il gas, anche per i soli consumi minimi.

A meno che non sia stato approvato qualche provvedimento per l’eventuale esenzione ad insaputa dei contribuenti aquilani.

È un nodo che dovrebbe essere sciolto con la massima attenzione e sollecitudine.

Non può essere rimandato alle calende greche.

I cittadini non sono disposti a pagare, oltre agli altri oneri, anche le spese passive generate da tale patrimonio. Anche la Magistratura Contabile sarà piuttosto attenta nella gestione delle spese e nell’attribuzione degli oneri a
carico dei contribuenti. Comunque, ormai il patrimonio edilizio esiste.

I costi di gestione non possono essere evitati.

Le eventuali destinazioni in locazione e in vendita, dovrebbero essere assoggettate ad una scrupolosa analisi per giungere a possibili sintesi che non danneggino il mercato edilizio e delle locazioni.

Una poco accorta scelta provocherebbe un solo effetto: la vera e ingloriosa fine di questa città, già posta sul
pendio del decremento anagrafico, sociale e politico.

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