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Sembra tutto normale, sembra come sarà fotogallery

Benedetto Buran, verrebbe da dire. E sì, perché è grazie all’ondata di gelo siberiano che in questi due giorni, a L’Aquila, «sembra tutto normale». La discesa di San Bernardino sembra una pista da sci e giovani e meno giovani scendono veloci a bordo di bob. O di cartelloni dei cantieri usati impropriamente. In realtà quello appare il modo più bello di usarli: sedercisi sopra e scendere, ridendo, fino a quello che una volta era il quartiere ebraico. Luca e Valeria si godono la giornata di vacanza, scattando foto come turisti. In effetti, sembra tutto normale.

A spasso per L’Aquila con due restauratori.

Hanno l’espressione divertita di ragazzi che dovevano essere a scuola, ma a causa della neve possono saltare le lezioni, autorizzati. Ma Luca e Valeria non sono studenti, sono restauratori in libera uscita. Buran vale anche per loro. Soprattutto per loro. D’arte parte, con l’acqua che si righiaccia ogni 3 minuti, che vuoi lavorare? E allora Luca e Valeria sembrano due ragazzini contenti per la giornata di vacanza. Non capita tutti i giorni di potersi godere il centro storico così, senza la polvere e i rumori che si alzano dai cantieri, ma con quella che sembra la normale vita di un normalissimo centro di una qualunque città innevata.

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«Vediamo il futuro dell’Aquila, noi ci saremo. Vogliamo viverla».

«Con la neve sembrano belli anche impalcature, cancelli e reti» raccontano Luca e Valeria. «Passiamo sotto i palazzi che abbiamo vissuto prima della loro nuova vita… sembra assurdo averli visti e vissuti come scheletri vuoti prima della ricostruzione. Abbiamo quasi l’impressione che oggi sia tutto normale, nessun operaio e niente camion pesanti, solo gente che pulisce scale e vialetti d’ingresso, due chiacchiere durante il riposo tra una palata e l’altra per qualche ricordo di nevicate passate e qualche lamentela di poco conto su sale e spazzaneve… sembra tutto normale, sembra come sarà».  Sembra. Chi ci lavora tutti i giorni sa la differenza tra l’apparenza e la realtà: «Poi ti muovi tra le vie e ricordi, c’è ancora molto da fare, ma sono belle anche queste malinconie. Giriamo un po’ tra le vie, vediamo il futuro dell’Aquila, noi ci saremo. Vogliamo viverla». D’altra parte l’hanno vissuta quando anche questi brevi lampi di normalità sembravano inimmaginabili, come negarglierlo? «Abitavamo vicino la chiesa di Santa Giusta, attorno solo palazzi puntellati e i primi operai a lavoro. Di giorno un quartiere fantasma, una città fantasma. Il palazzo era sede di uffici e appartamenti; ovviamente niente luci sulle scale e nelle vie. Solo un gruppetto di restauratori e qualche studente nei pochi appartamenti utilizzabili. La notte il “meglio”: vuoto assoluto, silenzio inquietante e squittire di topi e rumori sulle tegole dei tetti». E allora benedetto Buran, che mette i ragazzi sui cartelli dei cantieri e li fa scendere giù, dalla discesa di San Bernardino al vecchio quartiere ebraico. Benedetta la neve che, come in trincea, regala riposo. Certo, domani si ricomincia la guerra, ma intanto in questi due giorni… sembra tutto normale, sembra come sarà. Nell’attesa di quel futuro non tanto lontano, Luca quando non è inerpicato sui ponteggi crea, dipinge, scolpisce, prende a pugni un sacco da boxe. Anche Valeria crea, lavora al tombolo aquilano, legge, studia. La sera, dopo cena, dopo quattro risate davanti a un videogioco si fermano davanti al camino e sognano la loro nuova casa. A L’Aquila, naturalmente.

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