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Uccisione del maiale, un rito antico

di Nando Giammarini per Il CapoluogoTra amicizia e cordialità l’antico rito dell’uccisione del maiale

L’amicizia trai giovani è una delle prime forme di socialità e collaborazione in cui trovano soluzione i loro problemi. Partendo da questo splendido sentimento che da sempre ha amalgamato genti e popoli diversi tra loro saluto, con vera soddisfazione, lo splendido rapporto tra i miei figli e nipoti con alcuni ragazzi di Collicello di Cagnano Amiterno cui rivolgo i miei sentimenti di stima e simpatia.   Dall’incontro dei giovani, grazie alla disponibilità delle loro famiglie è nata la bella iniziativa – giunta ormai alla terza edizione, quindi destinata a diventare tradizione  -di fare il maiale insieme. Un importante incontro di socialità e condivisione. Se ciò è stato possibile, e lo sarà sicuramente nel futuro, lo dobbiamo, innanzitutto, alla struttura portante di tutta la filiera Nino Di Piero, Ninetto per gli amici, che con la sua bravura, operosità e senso d’altruismo mette a disposizione la propria abitazione per tutto il tempo necessario alle operazioni di “ alta norcineria”. Davvero una bella occasione per trascorre insieme un paio di giorni in un clima di totale serenità e divertimento dove le ore volano veloci senza neanche accorgercene tra lavorazione della carne, pranzi e cene tutti insieme. Nell’antica economia agreste  il maiale era tutto per quel che concerneva i fabbisogni alimentari della famiglia. Come si usa ripetere allora “ lu porco era na rascia .. e più era rossu e più era meglio”. ( il  maiale era una ricchezza e più era grande  e più era meglio) Nella cultura contadina del nostro territorio, l’uccisione del maiale assume, ancora oggi,  un forte valore simbolico ed è un momento di sentita aggregazione sociale. Una vera tradizione popolare.  La sua macellazione è ancora una delle feste contadine più gioiose ed è legato in molte Regioni ai riti per festeggiare l’eremita Sant’Antonio del porcello nella notte del 17 gennaio. La nostra  giornata “norcina” inizia la mattina di buon ora  con l’ accensione del fuco per scaldare l’acqua necessaria   a pelare i maiali una volta uccisi. Quando il suino si accascia dopo avergli sparato, in modo che non avverta quasi per niente il dolore, viene immediatamente sgozzato per permettere al sangue di defluire ed avere una carne chiara. In questa fase si usa pronunciare   il vecchio   motto:” Morte a ti e salute a chi te se magna”  E’ un rito antico legato al mondo contadino e alle sue espressioni ormai quasi in via d’estinzione. Tutto procede con gioiosa allegria tra sfottò e scherzi vari. Dopo aver ultimato la macellazione, una bella polentata tutti insieme conclusa tradizionalmente  con un bicchierino di grappa o di genziana.  Un paio di giorni, il tempo che la carne si fermi e via alla lavorazione.  Chi si occupa di determinare le parti più importanti : i prosciutti e le spallette;  chi  spolpa , chi divide i vari pezzi, chi   separa con geniale maestria la carne per fare le salsicce di carne , di fegato , i salami e le famose mortadelle di Campotosto (quelle richiedono una particolare lavorazione). Macinata la carne  e debitamente condita,  arriva il momento più delicato quello di insaccamento.  Compito affidato alla professionalità di Antonello Massimiani, che con il padre Angelo ed il fratello Luca sono dei preziosi collaboratori, e di Domenico un ragazzo di Collepietro sposato con una nostra amica originaria di Collicello.   La cosa più bella e simpatica avviene quando ultimate tutte le operazioni si arriva al momento clou, quella della divisione delle varie parti, eseguita nella massima equità.  Quando si  provvede alla spartizione preparando le varie quota ci appellano simpaticamente: “ li Caiani”. Una chiara dimostrazione di quel senso di  amicizia e cordialità fondamentale in questo genere di fattiva collaborazione. Doveroso rivolgere, pubblicamente, un grazie di cuore a Ninetto e la sua famiglia per la collaborazione e disponibilità. Arrivederci al prossimo anno.

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