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Il messaggio di Natale dell’Arcivescovo Petrocchi

ACCOGLIERE LA LUCE DELLA VITA,
CHE RISCHIARA LA “NOTTE” E FUGA LE “TENEBRE”

Specialmente nel tempo di Natale, anche di Maria si può dire che “sta alla nostra porta e bussa”. Se ascoltiamo la sua voce e apriamo la porta del cuore, Lei – come madre premurosa – entrerà nella nostra casa e rimarrà con noi (cfr. Ap 3,20).
Dove Maria arriva, porta con sé Gesù: che è Via, Verità e Vita (cfr. Gv 14,6). La Madre del Signore non solo ci dona l’Uomo-Dio, ma ci insegna l’arte di ascoltarLo e di seguirLo, perché la Sua pace si accenda nel nostro cuore e vi rimanga sempre (cfr. Gv14,27).
Dobbiamo però togliere i “sandali” dai nostri piedi (cfr. Es. 3,51-6) – cioè, evitare gli atteggiamenti superficiali, egocentrici e contrari al Vangelo -, per entrare nella “terra benedetta” (la Comunità ecclesiale) dove possiamo incontrare il Dio-con-noi. Infatti, se è semplice lasciarsi trasportare dall’atmosfera suggestiva del Natale, non è per niente scontato “vivere” il Natale, come evento di grazia.
L’apostolo Giovanni, dopo averci dato l’annuncio gioioso che il “Verbo si è fatto carne” perché diventassimo figli di Dio, ci avverte pure – con profonda tristezza – che quando la Luce vera, destinata ad illuminare ogni uomo, è venuta nel mondo, i “suoi” non l’hanno riconosciuta e non l’hanno accolta (cfr. Gv 1,1-18).
Anche oggi, riattualizzare il Natale significa “far nascere” Gesù nella nostra esistenza; ciò comporta anzitutto “fare posto” alla carità, che è Amore divino: ricevuto, custodito e donato. Sta qui il centro del Vangelo e su questo campo si gioca la nostra sorte; perciò sant’Agostino può affermare: «se avrai la carità avrai tutto; senza la carità niente ti gioverà, qualunque cosa tu possegga»[1].

Dunque, “fare-Natale” ci impegna ad essere “figli della Luce” (1Ts 5,5) e “cittadini degni del Vangelo” (Fil 1,27). In Gesù la Verità rischiara il nostro orizzonte di vita, consentendoci – ogni giorno – di scegliere le strade giuste, con la forza che proviene dalla grazia.

Il Natale è la “festa della Luce”, ma proprio questa sua caratteristica evoca il temacontrario del “buio” e delle “tenebre”. Questi termini possono apparire sinonimi, ma, nella prospettiva biblica, rivestono significati molto diversi.
Il “buio” esprime la semplice mancanza di luce, la “tenebra”, invece, è oscurità abitata dal male. Chi sta al “buio” è “senza” luce, ma la cerca; all’opposto, chi si muove nella “tenebra” è “contro” ogni forma di chiarore: è allergico alla luce e non la sopporta, perciò la respinge e la combatte (cfr. Gv3, 19-21).
Dobbiamo distinguere bene queste due modalità, che ci attraversano: infatti, si fa “buio”dentro-di-noi (e tra-di-noi) quando, a causa dell’impatto con circostanze ostili e dolorose, sperimentiamo una sorta di “notte dell’anima”, che ha i suoi riverberi a livello spirituale, psicologico e fisico (anche la scienza medica parla di “somatizzazioni” delle nostre tensioni, mentali ed emotive). I sentimenti che, in genere, popolano il nostro “buio” interiore sono: l’inquietudine, lo smarrimento, l’ansia, la delusione, la tristezza, la solitudine, il senso di inadeguatezza, il risentimento…. Quando siamo al “buio” (perché le luci – spesso artificiali – delle nostre sicurezze si affievoliscono o si spengono) ci sentiamo persi, procediamo come a tastoni esponendoci a pericoli, e avvertiamo in modo drammatico la nostra fragilità: ma, va pure detto, che proprio in queste condizioni di debolezza, siamo spinti, più di prima, ad invocare la luce e ad attenderla.
Durante queste “notti dell’anima” occorre “vegliare”, come fanno i pastori nel racconto del Natale, per essere pronti ad accogliere l’“angelo” (qualcuno, o un evento, inviato dalla Provvidenza) attraverso cui il Signore suscita la “luce” (che non saremmo mai stati in grado di accendere da soli): l’unica risorsa idonea a farci uscire dal “tunnel esistenziale” in cui eravamo bloccati.
Infatti, in questi frangenti la tentazione è quella di chiudersi in se stessi e “lasciarsi andare”, abbandonandosi ad una sorta di “letargo dell’anima”. Diciamocelo con onestà evangelica: ci sono problemi che non riusciremo mai a risolvere e progetti che non potremo in alcun modo realizzare senza il soccorso del “Signore-che-viene”, per essere nostro stabile ed onnipotente Alleato.
Inoltre, va sottolineato che la “notte” non cala solo per avvolgere e nascondere tutto, ma scende anche per svelare ciò che non si percepisce quando il cielo è illuminato a giorno. Proprio così, sotto certi aspetti, la notte fa vedere! Pensate alla bellezza della volta stellata, che solo al buio si può cogliere e ammirare. Dunque, la “notte” mostra dimensioni della realtà che l’esperienza diurna non riesce a intuire adeguatamente. Per questo, “le notti dell’anima”, personali e sociali, diventano spesso una preziosa occasione per riscoprire valori cristiani e umani (es.: ciò che conta e ciò che è superfluo, ciò che resta e ciò che passa, ciò che edifica e ciò che crolla), frequentemente occultati da una vita frenetica e secolarizzata.

Le “tenebre”, invece, costituiscono quelle zone oscure dell’anima e della società che sono abitualmente frequentate dai vizi, individuali o collettivi. La tradizione della Chiesa ne elenca sette principali: superbia, avarizia, lussuria, ira, gola, invidia, accidia (li definisce “capitali”, perché dominanti: infatti, spadroneggiano nella nostra psiche e agiscono come capibanda di altre immoralità, loro gregarie e complici). Questi modi sbagliati di pensare, di sentire e di agire sono refrattari alla luce, perché, se venissero esposti alla verità, sarebbero smascherati e combattuti.
Nei settori (spirituali, culturali e relazionali) occupati dalle “tenebre”, scorrazzano i sentimenti peggiori: rancori, litigiosità, inimicizie, violenze, sfruttamento, sopraffazione…Non si tratta di considerazioni astratte, perché ciascuno di noi – se si scruta con attenzione – si accorgerà che alloggia vari insediamenti “tenebrosi” e tende a tollerarli dentro di sé, mentre li intercetta meglio e li condanna con indignazione nel mondo che lo circonda. E, come ci insegna il Vangelo, quando i rovi del male hanno la meglio, finiscono per soffocare i semi del bene (cfr. Mt 13,1-7), e inquinano, con le loro spore velenose, la mentalità e le consuetudini comportamentali della gente.
Per questo può accadere che rimaniamo incastrati nei nostri difetti e veniamo inondati dagli sbagli degli altri: e quando subiamo le piccole o grandi alluvioni del male, ci condanniamo ad essere infelici e rendiamo amara anche l’esistenza di chi ci vive accanto.
Quando si sta nella “notte” delle avversità, è fondamentale confidare nel Signore e aspettare con serenità il ritorno dell’aurora, ma è anche importante impedire che la “notte” si trasformi in “tenebra”, con effetti scompensanti.

Per celebrare con efficacia il Natale, occorre tracciare una “mappa” interiore che disegni obiettivamente lo “stato” dell’anima, consentendoci di individuare le zone dove è arrivata la “Luce”, ma anche i settori dove compare il “buio”, così come gli strati ancora avvolti dalle “tenebre”. Per intervenire efficacemente in ciascuno di questi ambiti, dobbiamo adottare specifiche “strategie” evangeliche, basate sulla “terapia ecclesiale” delle “4 P”: Parola, Pane eucaristico, Preghiera, Penitenza sacramentale, davivere tutte nella comunione fraterna, poiché nella carità reciproca Gesù si rende presente e opera con potenza (cfr. Mt 18,10).

In questa prospettiva il Natale ci pone davanti all’urgenza di prendere posizione di fronte al Signore-che-arriva in ogni evento quotidiano e ci chiede di essere ricevuto nella nostra dimora, personale e comunitaria. Non possiamo tirarci indietro ed eludere la scelta: la nostra risposta è, inevitabilmente, o “sì o “no”. Anche il tentativo di scansare la responsabilità della decisione, ignorandola o rimuovendola, rappresenta già una “opzione negativa”: infatti, l’indifferenza esprime la “politica” della porta sbarrata, non espressa in modo frontale, ma messa in campo nella prassi concreta, con stile perentorio ed escludente. Dobbiamo “fare verità” – anzitutto davanti a noi stessi e senza ricorrere a “cosmesi culturali” – dichiarando da che parte stiamo e dove andiamo. Gesù, con infinita premura, ci avverte che quanti non raccolgono con Lui, disperdono (cfr. Mt 12, 30).

In quest’Anno Mariano, che ho indetto nella Diocesi Aquilana, la “visita” di Maria ci aiuti ad incontrare Gesù, facendo-Natale “nella” Chiesa e “come” Chiesa. Sappiamo, infatti, che dove arriva Lei, la Maestra e il Modello dell’Unità, la Luce della concordia si rafforza, le prove della vita vengono superate con successo e le “oscurità” del peccato battono in ritirata, lasciando posto al “sì” dell’Amore: detto a Dio, a se stessi e agli altri.
Anche in questo Natale, la Madre del Signore, offrendoci Gesù ripeterà a ciascuno di noi, con infinita tenera: «fate quello che vi dirà» (Gv 2,5). Diamole retta, perché, agendo insieme alla Vergine-fatta-Chiesa, anche noi potremo esultare per le “grandi cose” che Dio compie in coloro che, come Lei, accolgono la Sua Parola e la mettono in pratica.
A tutti e a ciascuno i miei più cordiali e affettuosi auguri di un santo e gioioso Natale!

Giuseppe Petrocchi
Arcivescovo

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