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Il Gran Sasso non è Fukushima

Perché non c’è nulla di scientifico nella puntata delle Iene sui laboratori del Gran Sasso. Lo leggiamo sulla rivista Focus.it.

Le risposte della scienza agli allarmismi ingiustificati sollevati sull’esperimento sui neutrini SOX, presso i Laboratori sotterranei del Gran Sasso in Abruzzo: non c’entra niente Fukushima, non c’è alcun rischio di fughe radioattive, né di contaminazione delle acque. Il servizio delle Iene è TV spazzatura.

Come se non bastasse la cronica carenza di fondi, la ricerca scientifica italiana deve ora vedersela con le fake news, e le loro derive politiche. Avrete forse sentito parlare di un servizio andato in onda il 21 novembre sulle Iene, intitolato Un pericoloso esperimento nucleare tenuto nascosto.
Il riferimento è a uno dei fiori all’occhiello della ricerca italiana, l’esperimento di fisica delle particelle SOX (Short distance neutrino Oscillations with boreXino) nei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, un complesso di strutture a circa 150 km nord-est di Roma gestito dall’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN).
Nel servizio in questione si riprendevano – in modo allarmistico e senza interlocutorio – le preoccupazioni di alcune organizzazioni ambientaliste circa possibili contaminazioni radioattive da parte della struttura, o su presunti episodi di inquinamento delle acque attorno al laboratorio. Si è anche azzardato un paragone, totalmente improprio, con quanto accaduto a Fukushima.
Nonostante le pronte smentite dell’INFN, che svolge i suoi esperimenti in totale sicurezza, al servizio è seguito un intervento del Movimento 5 Stelle nella commissione attività produttive del Consiglio regionale abruzzese, che ha fatto approvare una risoluzione che chiede il blocco immediato e definitivo dell’esperimento, che dovrebbe iniziare nel 2018 e durare 18 mesi.
DI CHE ESPERIMENTO SI TRATTA? SOX è uno degli esperimenti attualmente più di rilievo dei laboratori del Gran Sasso, e ha come obiettivo lo studio dei neutrini, particelle elementari neutre con massa estremamente piccola, che interagiscono molto raramente con il resto della materia, e che possono essere rivelati solo con grandi apparati sistemati sottoterra, al riparo da fonti di radioattività ambientale o da altri segnali di disturbo.
Per questo la loro individuazione avviene attraverso Borexino, il rilevatore di neutrini dell’INFN sistemato sotto 1,5 km di roccia: dal 2007 questa macchina – una sorta di gigantesca vasca sferica, circondata da un serbatoio d’acqua – sta raccogliendo dati sui neutrini prodotti da una fonte di eccellenza, il Sole (per approfondire).
L’esperimento SOX serve a confermare o smentire le cosiddette “anomalie di neutrini”, cioè comportamenti anomali di neutrini che in alcune circostanze sembrano sparire. Potrebbe dimostrare l’esistenza del neutrino sterile, una particella ipotetica che non interagisce attraverso nessuna delle interazioni fondamentali previste del Modello Standard (quello che spiega le regole fondamentali della fisica dell’Universo) ma soltanto tramite la forza di gravità.
PERCHÉ SI È PARLATO DI ESPERIMENTO NUCLEARE? Per queste rilevazioni, SOX utilizza una fonte radioattiva sistemata sotto Borexino, «come quelle che vengono usate, sia pure con una diversa potenza e differenti finalità, negli ospedali delle nostre città per eseguire esami diagnostici e terapie», spiega l’INFN. Questa sorgente consiste in 40 grammi di polvere di Cerio 144, che «produce decadimenti radioattivi spontanei, non reazioni nucleari di fissione».

SOX quindi non ha niente a che vedere con un reattore nucleare, non può esplodere, neppure a seguito di azioni deliberate, errori umani, calamità naturali, incidenti o atti di terrorismo. Come scrive nel suo blog Il Disinformatico Paolo Attivissimo, maestro del debunking: «Un laboratorio di fisica nucleare non c’entra nulla, come metodo di funzionamento, con una centrale nucleare: solo perché c’è di mezzo la parola nucleare non significa che ci siano di mezzo gli stessi procedimenti e rischi. È come dire che la pura lana vergine proviene da pecore che non hanno mai fatto sesso».

MATRIOSKA. Il Cerio 144 è schermato da un sistema di protezione a più strati che supera gli standard di sicurezza attualmente richiesti: è sigillato in una doppia capsula di acciaio, a sua volta chiusa in un contenitore di tungsteno spesso 19 centimetri e del peso di 2,4 tonnellate, in grado di resistere fino a 1500 °C e a impatti, incendi, terremoti, allagamenti. In ogni caso la potenza termica di questa sorgente equivale a quella di un ferro da stiro, 1200 Watt, contro 1.000.000.000 di Watt di un reattore.

Il tutto non dipende da alcun sistema di attivazione automatica suscettibile di blackout e sarà sorvegliato per i 18 mesi dell’esperimento 24 ore su 24. Non ci saranno rischi radioattivi né durante il trasporto del materiale fino ai laboratori, né per i 140 scienziati provenienti da tutto il mondo coinvolti nella collaborazione (che ora per queste notizie prive di fondamento rischiano di veder sfumare anni di lavoro).
LA QUESTIONE DELL’ACQUA. Quanto agli episodi di contaminazione delle acque citati nel servizio, l’INFN ribadisce che la sicurezza delle acque e dell’ambiente è una condizione imprescindibile ai suoi esperimenti, e che gli episodi citati non hanno comportato affatto contaminazione.
Nell’agosto del 2016, in concomitanza a lavori di pulitura degli impianti del laboratorio, si registrò nelle reti idriche locali una fuoriuscita di diclorometano (DCM, un comune solvente) pari a 0,335 microgrammi/litro, un livello 60 volte inferiore ai limiti di sicurezza raccomandati dall’OMS. In ogni caso gli impianti di monitoraggio funzionarono correttamente e per precauzione fu messo in atto uno scarico delle acque.
Un altro presunto episodio del maggio 2017 si riferisce a giorni in cui l’acqua captata nel laboratorio non veniva immessa nell’acquedotto. Per quanto riguarda invece il ritrovamento (avvenuto nel 2002) dell’idrocarburo trimetilbenzene usato nei laboratori, all’interno della rete idrica locale – incidente dovuto a un errore umano – dopo quell’episodio furono presi ulteriori provvedimenti per isolare ulteriormente gli scarichi della struttura. In ogni caso, precisa l’INFN, i controlli sulle acque potabili captate dal Gran Sasso sono soggetti alla valutazione delle autorità competenti.

Focus non si occupa di critica dell’informazione, ma in questa occasione ci sentiamo di dover fare un’eccezione e ci sembrano molto pertinenti le parole del filosofo Gilberto Corbellini su Il Foglio:
«Il danno che le “Iene” fanno al paese e alla cultura scientifica continua a essere devastante e si stenta a capire perché. Il “metodo Iene”, come lo ha chiamato Luciano Capone, applicato a questioni di scienza o di medicina consiste nell’individuare un argomento che susciti una reazione emotiva e che per questo sia in grado di cancellare, non tanto un atteggiamento razionale (che neppure sarebbe possibile in quanto pochi capiscono di cosa si stia parlando), ma la fiducia verso le persone competenti, cioè scienziati e tecnici, dotate di metodi validati per calcolare i benefici e i rischi di una qualche attività umana».
[…]
Il “metodo Iene” consiste quindi nel cercare un argomento che generi o l’emozione della paura, o quelle dell’indignazione e della compassione se si tratta di malattie, per scatenare delle percezioni soggettive dei rischi e mettere in discussione l’affidabilità di scienziati o tecnici. Nel caso del Gran Sasso l’effetto paura è scatenato dalla parola “nucleare” e dall’associazione mistificante tra un esperimento con materiale radioattivo, condotto in condizioni super-controllate, e centrale nucleare, che nell’immaginario collettivo è associata a catastrofi devastanti. Appunto le centrali nucleari sono in cima ai rischi percepiti. Naturalmente la manipolazione psicologica va condita con opportune falsità. E cosa c’è di più manipolatorio che affermare, falsamente, che gli scienziati dell’Istituto nazionale di fisica nucleare (Infn) hanno tenuto nascosto l’esperimento e i rischi? Dire che gli scienziati fanno le cose di nascosto significa accusarli di ingannare la fiducia di chi ne finanzia la ricerca o dei cittadini che vivono nei pressi del centro di ricerca, e noi siamo psicologicamente allertati a temere di essere ingannati e a desiderare che chi lo fa sia perseguito dalla comunità. In uno studio condotto una decina di anni fa in Gran Bretagna da un istituto di sondaggi, si vide che uno dei motivi per cui i cittadini non si fidano degli scienziati è perché pensano che facciano le cose di nascosto.

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