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Special si diventa, #playunified

“Nessun uomo è un’isola” direbbe il poeta inglese John Donne, tantomeno chi isolato lo è in maniera coatta.

Isolato nel quotidiano, nelle proprie dinamiche affettive e relazionali e di studio.

Dinamiche trattate nell’editoriale a firma del direttore, Roberta Galeotti, uscito sabato su IlCapoluogo, che affronta direttamente le problematiche della vita di tutti i giorni delle famiglie con bambini speciali. Le responsabilità ricadono sulle famiglie.

Molteplici le reazioni a caldo, come se fosse stato finalmente scoperchiato un roboante vaso di Pandora. In primis il commento di Guido Grecchi, Presidente di Special Olympics, Team L’Aquila:

«L’articolo del Capoluogo che ringrazio ancora, sta smuovendo le coscienze. Un articolo sicuramente non sarà sufficiente per risolvere il problema, ma ha provocato anche tra di noi un desiderio di cambiamento, un voler fare un qualcosa di più per i nostri figli. Stare in silenzio, aspettare che le cose cambino forse non è sufficiente. Allora….questo è il momento favorevole, questo è il tempo per ognuno di noi di partecipare.

Le parole del Capoluogo danno fastidio, ti mettono in discussione.

Tanto è vero che nessuno dei miei colleghi di Educazione Fisica ha risposto alla mia provocazione su Facebook – ha aggiunto Grecchi – Cosa si fa nelle nostre scuole per l’inclusione? Cosa fanno gli studenti per includere i compagni con disabilità? Ognuno di voi sa quanto sia difficile trovare nella scuola persone (docenti, studenti e dirigenti) sensibili e disponibili, in una società sempre più improntata all’individualismo. Ma sappiamo bene che il cambiamento avviene piano piano».

Fa eco al presidente Grecchi l’allenatore della squadra aquilana di basket degli Special Olympics, Matteo Gioia, individuando un tema piuttosto scomodo ma veritiero, la preparazione o l’educazione dei genitori: «Leggete e meditate. Molto spesso il problema sono i genitori che educano male i propri figli. So che è difficile avere un rapporto giornaliero con i ragazzi speciali (non mi viene da chiamarli ‘diversi’ perché non lo sono), non dico di invitarli ogni giorno a fare qualcosa insieme, ma almeno una volta a settimana, un pomeriggio ogni tanto provate a concedere loro un po’ di tempo, provate in classe ad organizzare un pomeriggio insieme, un’uscita, un pomeriggio al cinema. Non vergognatevi, non sentitevi a disagio, ma, soprattutto, non sentitevi giudicati dagli altri se dovessero vedervi con un Amico Special

Come si evince da queste testimonianze Special, il problema è l’inclusione, termine utilizzato in maniera ridondante, a cui non corrispondono in pratica comportamenti inclusivi.

La nostra è una società del conflitto, sempre più esclusiva, sempre più emarginante. Molte mamme Speciali hanno commentato sulle proprie pagine Facebook l’articolo. Una scrive:

«Si fanno tanti bei discorsi, si scrivono righe e si allestiscono programmi ma la realtà è ben diversa.
Purtroppo manca la sensibilità, l’interesse. La nostra è una società selettiva, sempre più priva di valori e di umanità. Mi verrebbe da dire che, in fondo, ad essere inclusi in questa società, così falsa ed ipocrita, non ci sia molto da guadagnarci. Eppure, insieme, sarebbe meraviglioso giocare, sognare, crescere».

Dobbiamo forse ritenere che la paura del diverso attanagli ancora una così tecnologicamente evoluta popolazione? Siamo così avanzati eppure ancora così timorosi, ancora ignoriamo, anzi rigettiamo a priori, la ricchezza che il cosiddetto “diverso” costituisce?

Problema emotivo o problema culturale?

Ci colpisce uno dei commenti, a tal riguardo, che forse chiude amaramente la questione: «Il problema è l’ignoranza del diverso… tutto ciò che è diverso fa paura perché non lo si conosce – scrive un’altra mamma special -. Le famiglie non fanno nulla per insegnare il rispetto del “diverso” e chi vive la diversità tutti i giorni 24h su 24 lo sa benissimo. Purtroppo non si doveva neanche arrivare a creare una banca del tempo – scrive la mamma riferendosi alla creazione della Banca del Tempo -. Dovrebbe nascere spontanea la voglia di stare accanto ai nostri ragazzi ma se manca la cultura di base …».

Il tempo passato con un ragazzo speciale arricchisce chi speciale lo è e chi forse può diventarlo, accogliendo l’Altro. L’amicizia è un valore che non dovrebbe conoscere barriere o limiti né d’età, né di tempo, né di razza, né di abilità. In questo hanno ragione i genitori di cui abbiamo riportato le reazioni: l’accoglienza e l’inclusione iniziano in famiglia, se il genitore li insegnerà come valori ai propri figli, essi saranno amici e compagni accoglienti e inclusivi.

Esortiamo i nostri figli a donarsi e ad amare, diventando atleti Special. Ogni ragazzo può entrare a far parte della grande famiglia di Special Olympics come atleta Partner.

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