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Ripresa economica, l’Abruzzo in ritardo

di Piero Carducci, economista

Il 2017 segna un lievissimo miglioramento dell’economia abruzzese. La crescita, però, riguarda quasi esclusivamente le grandi imprese che la ripresa l’hanno agganciata da sole.

Soffrono invece le piccole aziende, gli artigiani, il commercio al dettaglio in generale.

Le grandi aziende hanno capacità di investire e di innovare, si muovono con disinvoltura sull’estero, al contrario le piccole imprese soffrono una crisi che dipende da un insieme di fattori, come la stagnazione dei consumi, la carenza di liquidità, l’assenza di politiche regionali incisive.

Tutti fattori di crisi, occorre sottolineare, presenti in Abruzzo in misura maggiore rispetto al centro nord del Paese che ha agganciato pienamente la favorevole congiuntura internazionale, mentre noi siamo sempre più parte del Mezzogiorno.

L’intermediazione finanziaria si conferma come il principale tallone d’Achille dell’Abruzzo.

Priva di un sistema del credito, l’Abruzzo conferma una posizione svantaggiata rispetto alla media italiana per tre ragioni: il denaro costa di più; gli impieghi vengono remunerati meno; i centri di comando delle banche sono totalmente estranei al tessuto regionale, né nutrono particolare interesse per lo sviluppo del territorio, per cui rastrellano risorse da noi per investirle altrove.

Lo stesso ragionamento vale per le grandi “public utilities”, come le società di telecomunicazioni o dell’energia, che dopo le privatizzazioni selvagge hanno smarrito ogni sensibilità sociale, e seguono soltanto logiche di redditività di breve periodo, riducendo progressivamente investimenti ed insediamenti in Abruzzo, con la conseguenza di compromettere la possibilità dello sviluppo della società dell’informazione nella nostra regione.

Ed ancora, a causa della vacanza di una vera politica industriale sia di livello centrale che regionale, stanno venendo meno fattori di localizzazione della grande imprese esogena, e si innescano fenomeni di deindustrializzazione, evidenti in alcune aree come la Marsica.

Nonostante queste note dolenti, la ripresa farà sentire progressivamente i suoi effetti anche sull’Abruzzo, seppur depotenziati dalla mancanza di lucidità di scelte regionali che privilegiano ancora arcaiche logiche di interventi a pioggia, dispersivi ed inefficaci.

Lo sviluppo, fatto grave, non riguarda quasi le aree interne: quello del dualismo territoriale resta un nodo non solo irrisolto dell’Abruzzo, ma pure in progressivo aggravamento.

L’impegno del Governo regionale dovrebbe essere concentrato nell’accelerare lo sviluppo e nel contrastare con efficaci strumenti le debolezze strutturali dell’Abruzzo: un sistema del credito insoddisfacente; la scarsa diffusione della società dell’informazione; la forte diffusione di microimprese con scarsa propensione all’innovazione; diseconomie dovute ad infrastrutture ancora carenti; la scarsa valorizzazione dei vantaggi comparati offerti dai sistemi locali; la scarsa qualificazione di una parte importante del capitale umano; la mancata valorizzazione delle aree interne.

Sarebbe necessario volare alto, con l’orizzonte dello sviluppo autopropulsivo, nella duplice finalità di migliorare l’attrattività dell’Abruzzo per gli investitori esogeni e di favorire un modello di sviluppo endogeno centrato sulle specializzazioni produttive, sulle vocazioni turistiche, sui saperi e sapori locali.

L’Abruzzo dispone di tutte le risorse per avviarsi lungo un nuovo sentiero di crescita accelerata; occorre però, nell’immediato, un “tavolo per le emergenze” per le numerose crisi aziendali e concentrare gli sforzi su poche priorità, su pochi obiettivi rilevanti come impatto sulla crescita.

Tutto il contrario, ahimé, di quanto si sta facendo con il fritto misto Masterplan.

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