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Jack, l’eroe abruzzese del D-Day

di Geremia Mancini*

*Presidente onorario “Ambasciatori della fame”

Giacomo “Jack” Carosi nacque a Prata d’Ansidonia, nella frazione di Tussio, il 12 gennaio del 1921 da Domenico e Anatolia De Rubeis.

 

Domenico, il padre, emigrò giovanissimo, appena 17 anni, alla ricerca del sogno americano ed arrivò, nel 1910, ad “Ellis Island” a bordo della nave “La Touraine”. Poi qualche altro viaggio, di foto 1andata e ritorno, da e per gli Stati Uniti. Solo nel 1938 Domenico, dopo aver fatto per lunghi anni il minatore, fu nelle condizioni economiche di far giungere in America sua moglie Anatolia e suo figlio Giacomo. Mamma Anatolia e Giacomo arrivarono ad “Ellis Island” sul transatlantico “Conte di Savoia”. Intanto Domenico aveva trovato lavoro in una fabbrica nelle vicinanze di New York.

Partito dalla piccola Tussio a Giacomo non sembrò vero guardare, da vicino, quegli enormi grattacieli di New York. Cercò di imparare, nel più breve tempo possibile, la nuova lingua e iniziò a lavorare per dare sostegno alla famiglia. Ma un evento, che gli cambiò per sempre la vita, era in agguato: lo scoppio della Seconda Guerra Mondiale.

Il 6 giugno del 1944 si combatté sulle coste della Normandia. Quel giorno passò alla storia come il “D-Day”. Giacomo, oramai Jack, arruolato nella 29ma divisione di fanteria fu impegnato nella prima ondata con il 116° ( “Regimental Combat Team”) sulla spiaggia, così definita dagli americani, di Omaha Beach. La “spiaggia maledetta”.

Lo sbarco a Omaha Beach fu una vittoria pagata però a carissimo prezzo: con oltre tremila perdite. Una vera e propria “mattanza”. Nei successivi giorni, Jack continuò a combattere per liberare i villaggi e le città francesi. Poi, ferito ad una gamba, rimase asserragliato in una abitazione insieme ad un operatore radio. Quest’ultimo, quando stava per inviare un messaggio di fondamentale importanza strategica, venne mortalmente colpito. Carosi non sapeva usare la radio ma decise, nonostante fosse sanguinante, di tentare di consegnare a mano il messaggio cartaceo al Comando Militare. Durante il tragitto venne colpito ancora due volte ma, nonostante tutto, riuscì nell’impresa salvando così numerosi suoi commilitoni.

Per questo gesto di audace eroismo gli vennero assegnate la “Bronze Star Medal” (per l’atto di eroismo compiuto in zona di combattimento), la “Purple Heart” ( decorazione delle forze armate statunitensi assegnata in nome del Presidente a coloro che rimangono feriti o uccisi durante il servizio) e la “Good Conduct Medal”.

Dentro l’animo di Giacomo “Jack” rimasero per tutta la vita le immagini di quei morti, di quei feriti e le loro disperate grida d’aiuto. Ma in quei giorni in Normandia si era fatta la storia.

Così a “Jack”, testimone ed attore di quei tragici eventi, non rimase altro che raccontare, fino al suo ultimo giorno, lo “Sbarco in Normandia” dove aveva conosciuto la vittoria e visto morire i suoi più cari amici. Finita la guerra sposò Bice dalla quale ebbe quattro figli: Arthur, Patricia, Laura e Dominick. Quest’ultimo combatté in Vietnam. Giacomo “Jack” lavorò , per 34 anni, per il Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti. Nel 2014 la famosa giornalista americana, Jillian Sakovits, in occasione del 70° dallo “Sbarco di Normandia”, durante la trasmissione “Remembering D-Day”gli dedicò un commovente e toccante speciale. Jack morì il 23 febbraio del 2017.

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