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Giornata amarcord a Palazzo Camponeschi

Ci sono luoghi che hanno un cuore, un’anima, anche se restano chiusi e silenziosi per mesi, anni. Palazzo Camponeschi, riaperto per la prima volta dopo il terremoto del 2009, ha un cuore che batte forte, forse perché raccoglie in sé le esperienze, gli odori, le vite di migliaia di studenti, aquilani e non, che hanno varcato quel portone di ingresso nel corso di tutti questi anni.

Roberta anni ’90

Era il 1990 quando mi iscrissi alla Facoltà di Lingue e Letterature Straniere, laurea Magistrale del vecchio ordinamento.
In autunno partì l’occupazione e sul balcone di palazzo Camponeschi apparve la Pantera.
Avevo paura.
Ero piccola.
Ho frequentato le lezioni a Palazzo Camponeschi e mi sono laureata discutendo la tesi nell’aula magna.
Quanti ricordi… il profumo di carta, i lunghi corridoi affollati, le lunghe giornate ad aspettare di fare l’esame con Castorina, il mitico prof di inglese.
I primi ragazzi dell’Erasmus arrivati in facoltà, due ragazze francesi hanno vissuto a casa per i primi mesi del progetto in attesa della disponibilità di una camera all’hotel Sole, in piazzetta del Sole, prima che divenisse il 4 stelle degli ultimi anni.
Un mondo!
Prima, il mondo di prima!

palazzo camponeschi

Eleonora, 2000 – 2007

Era il 2000 quando attraversai per la prima volta quel portone. Sulla destra, la bacheca con gli orari: un capannello di studenti prendeva appunti sui taccuini – quanto era lontana l’epoca degli smartphone! – e malediceva le lezioni che si accavallavano. Appena dietro il portone, la cabina del telefono.

Non era silenzioso, palazzo Camponeschi. Il vociare era continuo perché quello era il punto di ritrovo di tutti gli studenti del polo umanistico: da Lettere a Lingue a Filosofia, passando poi per le triennali e i nuovi corsi di studio.

Tra le mille sedi distaccate in centro, se volevi trovare qualcuno passavi sempre da Camponeschi.

O in biblioteca, al piano di sotto – sbirciando tra i corridoi e i tavoli, buttando un occhio pure al giardino esterno che era un luogo perfetto per chiacchierare, pensare… e ripetere prima di un esame – o su qualche sedia, addossata ai muri. C’era sempre qualcuno con cui parlare, scambiare gli appunti, andarsi a prendere un caffè al Tropical, che diventava praticamente succursale della Facoltà.

I corridoi, al piano di sopra, sapevano di carta e di fumo. Ero lì il 12 settembre 2001, la mattina dopo le Torri Gemelle: io e Antonio, il mio amico marsicano, aspettavamo di entrare per esporre la nostra tesina e nel frattempo, in una facoltà insolitamente silenziosa, commentavamo quelle scene incredibili viste il giorno prima. Storia, anche quella.

Ci si poteva perdere nel dedalo di corridoi: stanze affilate, una accanto all’altra, che percorrevi dopo aver salito quelle scale bianche, ormai consumate dalle migliaia di persone che ogni giorno le calcavano.  Però se la frequentavi ogni giorno diventava un po’ come casa tua e potevi entrarci ad occhi chiusi.

Camponeschi non era solo lezioni o esami.

Camponeschi era anche e soprattutto Aula Magna: quella in cui migliaia di studenti del nostro Ateneo hanno discusso la tesi, si sono fatti foto e appeso cartelloni per festeggiare il gran giorno. Quell’Aula Magna in cui si facevano i corsi per i crediti formativi e che si prestava benissimo a sala cinematografica, visto che spesso e volentieri i Cineforum si organizzavano lì: certo, le poltroncine erano davvero comode e se il film era un po’ pesante, partiva l’abbiocco. Ma anche quello era Camponeschi. Indimenticabili le lezioni di Ferdinando Taviani sull’Odin Teatret.

Camponeschi era l’Aula F, l’aula dell’impegno politico e universitario, quella da dove nascevano le mobilitazioni e le iniziative che animavano la Facoltà. Campeggiavano ovunque i manifesti e i volantini dell’UDU: per me l’aula F è gialla e rossa, senza dubbio. Il balconcino dell’Aula F dava su piazza dei Gesuiti: lì si fumava, si discuteva, si vedeva chi entrava in facoltà. Era come se chi era lì fuori facesse la guardia a tutto il palazzo.

Da sempre si diceva di non stare in troppi su quel balconcino, come pure sul ballatoio del piano superiore di Palazzo Camponeschi: anche quando c’erano gli esami, ci invitavano a stare giù, per questioni di sicurezza. A ripensarci adesso…

palazzo camponeschi

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