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Elvis, ricordi aquilani

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di Fulgenzio Ciccozzi

Era l’autunno del 1977 quando per la prima volta sentii parlare di Elvis Presley. Mi trovavo sull’autobus n.11 che collegava L’Aquila a Roio. Aggrappato al corrimano del pullman, sbirciai tra le pagine dei rotocalchi che alcuni ragazzi più grandi, di ritorno da scuola, sfogliavano in quei venti minuti di tragitto. Nonostante non conoscessi l’artista, avvertii qualcosa di magico ruotare intorno a quel nome. Fu, però, solo un po’ di tempo dopo, agli inizi degli anni ’80, che una compaesana emigrata in Australia ebbe modo di farmi ascoltare un vinile della RCA, di quelli allora in commercio in Italia.

la magica città del natale 2016

Ricordo ancora il prezzo in lire del 33 giri, poiché, poi, mi precipitai ad acquistarlo nel negozio ubicato in uno stabile dei Quattro Cantoni della mia città. Il titolo della raccolta era “Elvis in the ‘50s 1956”. Poggiato il long playng sullo stereo e abbassato il braccio di lettura, iniziò la riproduzione delle tracce incise sul disco. I primi suoni striduli che anticipavano le canzoni in elenco iniziarono a farsi spazio nella camera della casa paterna. Poi, come un fulmine a ciel sereno, irruppe il ruggito della voce del rocker che intonava un pezzo del duo dei compositori Jerry Leiber e Mike Stoller. Hound dog era un blues che Presley aveva trasformato in un possente rock ‘n roll scandito dal ripetitivo battito delle mani e dal rullio della batteria che si combinano perfettamente con la ritmica della chitarra di Scotty Moore e con il costante accompagnamento corale dei Jordanaires. La canzone venne incisa nel luglio 1956 durante un’estenuante seduta di registrazione negli RCA studios di New York e uscì come lato B del 45 giri Don’t be cruel. In quel preciso istante scoprii un altro mondo che mi avrebbe consentito di esplorare nuovi orizzonti musicali, e non solo. Le sue canzoni, rese uniche dall’inconfondibile voce nonché dalle magistrali interpretazioni, hanno la magia di trasformarsi in un insieme di fotogrammi che si susseguono e raccontano momenti ben precisi dell’epopea del rock, e per me degli anni Ottanta. Periodo nel quale ho condiviso tale passione con i miei, allora, giovani genitori, gli amici e, se vogliamo, con la mia terra. Sarà forse che le cose irripetibili sono le più belle, ma ascoltare il suo repertorio musicale equivale a fare un salto indietro nel tempo e rivedere quei paesi e quella città, in cui ho vissuto la mia adolescenza, pieni di vita, complici di storie nate tra i loro vicoli, e altre ancora provenire da terre lontane. Questo era ed è Elvis Aaron Presley. Una leggenda che non si imita, ma si ascolta. Magari la si interpreta con modestia, senza mascherarsi dietro ridicole acconciature e indossando buffi abiti da scena. Ciò che molti emuli propongono non è l’artista di successo che ha segnato inconfondibilmente un’epoca, ma uno squallido cartone animato a cui prestano ridicolmente il loro volto. Quello che so con certezza è che, dal giorno in cui il suo talento bussò alla mia porta, quel ragazzo di Tupelo è diventato un inseparabile amico con cui ho condiviso sogni ed emozioni.

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