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Cotugno, il dibattito si riaccende

Una replica dettagliata – firmata dagli avvocati Rosario Panebianco e Luciano Dell’Orso – alla lettera aperta di Vincenzo Vivio riguardo la situazione delle scuole aquilane, che il professore del Cotugno scrisse nel periodo del più acceso dibattito.

Il 10 luglio il tecnico prescelto dal Tar depositerà la relazione tecnica che i giudici valuteranno per il loro giudizio.

Invece di spostare, sull’onda emotiva, gli studenti del Cotugno da una struttura ad un’altra non più sicura, scrisse il professore, si potevano “intensificare le prove di evacuazione, migliorare i dispositivi di sicurezza e la manutenzione, evitare assembramenti“. Ma “il sonno della ragione genera mostri. E dal momento che oggi al Cotugno non è crollato nulla, tranne le iscrizioni e la certezza di una prospettiva, è amaro constatare che questo incredibile trambusto è soltanto la conseguenza abnorme di una scomposta e irragionevole reazione emotiva senza sbocchi.”

[Cotugno: il sonno della ragione genera mostri]

 

IlCapoluogo riceve e pubblica la replica:

 

Avremmo voluto pazientemente attendere la conclusione della fase cautelare del procedimento dinanzi al
Tribunale Amministrativo Regionale dell’Aquila per replicare all’improvvida “lettera aperta” del 2.4.2017 a firma del Prof. Vincenzo Vivio, architetto e docente del “Cotugno”, poiché riteniamo che nel momento in cui vicende così delicate sono trattate nelle sedi giudiziarie proprie il primo dovere di chi ne è coinvolto
direttamente è quello di evitare ogni forma di polemica pubblica per rispetto di chi giudica. L’ulteriore rinvio dell’udienza, tuttavia, non ci consente di attendere oltre. E’ infatti giunto il tempo anche per noi di dire la nostra su questa grottesca vicenda e intendiamo farlo con le medesime modalità adottate dal docente, visto che, avendo noi sottoscritto il ricorso nella veste di genitori, oltre che in quella di difensori, siamo stati oggetto, come del resto tutti coloro che con noi hanno condiviso l’iniziativa giudiziaria, di pesanti, ingiuste, pubbliche censure ed inaccettabili illazioni.
Il j’accuse del Prof. Vivio muove dalla considerazione che la «scomposta e irragionevole reazione emotiva» dei genitori sarebbe stata scatenata dalla diffusione di una «voce» secondo la quale l’edificio che ospita il Liceo Cotugno avrebbe un basso indice di vulnerabilità sismica, ovvero una bassa capacità di resistere ad un eventuale terremoto, circostanza peraltro comune ad altre scuole dell’Aquila (e,aggiungiamo noi, anche a molti immobili ormai riparati ai quali, a seguito delle verifiche della Protezione Civile, era stato attribuito un esito di agibilità A o B). Ebbene, si tratta dello stesso FALSO, FALSISSIMO ritornello che dallo scorso gennaio i politici locali continuano a cantare in coro, non si comprende a quale fine se non a quello di tutela di una ragion di Stato che tuttavia si fa fatica a scorgere.
E’ bene allora ripetere una volta per tutte e a chiare note che la situazione del “Cotugno”, analoga sì a quella di altre scuole sul piano della vulnerabilità sismica, presenta INOLTRE una sua PECULIARITA’: da una relazione tecnica (non da una «voce») commissionata nel 2013 dalla Provincia stessa (non dunque fatta predisporre dai genitori ad usum delphini) emerge anche che l’edificio che ospita l’istituto scolastico NON RISPETTA LE NORME DI LEGGE IN MATERIA DI RESISTENZA AI CARICHI VERTICALI. Per essere più chiari: non ha la capacità richiesta dalla legge di sopportare il peso della costruzione stessa e quello di studenti, docenti, personale, attrezzature ed arredi, circostanza che ovviamente ne sancisce l’inidoneità statica rispetto all’uso cui è destinato e non la semplice maggiore vulnerabilità nella risposta ad un eventuale terremoto. Di ciò il professore è chiaramente a conoscenza poiché nei mesi scorsi più volte, in via informale e ufficialmente, se ne è dato conto a tutte le istituzioni, politiche ed amministrative, scuola compresa. Tuttavia, con il suo scritto ha inteso assumere la direzione del coro cui si è fatto cenno, spostando l’attenzione su un aspetto marginale e contribuendo a diffondere notizie non vere.
Il Prof. Vivio, poi, critica il fatto che i dati contenuti nello studio commissionato dalla Provincia – dai quali si evince la non rispondenza della struttura alle norme tecniche -, «destinati ad un uso interno, a una lettura critica da parte di specialisti e funzionali alla richiesta di finanziamenti, vengono presi per oro colato e finiscono tout court in pasto al popolo sanguinario del web e dei twittanti».
L’affermazione muoverebbe al sorriso, se non si trattasse dell’incolumità dei nostri figli: che relazione c’è tra un presunto uso “interno” o “esterno” di uno studio richiesto dalla legge su un edificio pubblico e la veridicità del suo contenuto? Non è che il richiamo alla sua finalità di accesso a finanziamenti da parte dello Stato, unito alla critica nei confronti di chi lo prende «per oro colato», vuole sottintendere l’accusa al professionista che l’ha redatto e all’amministratore che l’ha commissionato che sono state falsamente evidenziate criticità inesistenti per conseguire illecitamente erogazioni pubbliche? Se così fosse, faccia il Prof. Vivio nomi e cognomi e circostanze; diversamente, siamo di fronte ad una bassa insinuazione, la cui diffusione attraverso il web, ai limiti della calunnia, inserisce a pieno titolo il suo autore nella schiera di coloro che dispregiativamente definisce il «popolo sanguinario del web e dei twittanti».
Ancora: nell’elencare, in ordine cronologico, le sciagure che avrebbero colpito studenti, docenti e personale del Liceo Cotugno il Prof. Vivio cita: lo spostamento delle lezioni per un mese nella sede dell’ITIS in turni pomeridiani, il successivo trasferimento del Liceo Linguistico a Colle Sapone con riduzione degli spazi all’I.T.S., al Liceo Musicale ed al Colecchi, la dolorosa scomparsa dei rariores (meglio: rariora – n.d.r.) della scuola a causa di un furto avvenuto in occasione dei trasferimenti sopra menzionati e, «siccome al peggio non c’è mai fine» il deposito del ricorso al TAR.
Siamo rimasti francamente sconcertati da tale ultima affermazione, e ancor più dal fatto che essa proviene da un educatore, poiché paragonare alla peggior iattura l’esercizio di un diritto è semplicemente folle, tanto più quando tale diritto diventa un dovere per chi ha la tutela di soggetti minori. Il docente teme che «il ricorso, se accolto, potrebbe portare a una ulteriore chiusura dell’istituto». Non mostra di intuire, però, che «il ricorso, se accolto», evidentemente è fondato, e dunque una reale situazione di pericolo, anche a prescindere dal verificarsi di un sisma, esiste.
Ancora, il Prof. Vivio censura i genitori, i quali «oggi si ergono a difensori della sicurezza globale … e invece di pensare a fare – possibilmente bene – ognuno il proprio mestiere, sono tutti diventati fini giuristi ed esperti ingegneri, quando non procuratori immobiliari».
Ci chiediamo, senza trovare una risposta, quali titoli legittimano l’insegnante ad una tale sprezzante
supponenza, invitandolo a fare, per quanto lo riguarda e «possibilmente bene», il suo, di mestiere, non senza precisare tuttavia che di questa vicenda si sono occupati insieme a noi, a vario titolo, oltre che numerosi colleghi avvocati e magistrati, sia «giuristi» (docenti universitari di discipline giuridiche) che «esperti ingegneri» (docenti universitari della facoltà di Ingegneria dell’Aquila e liberi professionisti con alle spalle decenni di attività), tutti, e sottolineiamo tutti, convinti dell’esistenza delle criticità portate al vaglio dei giudici. Quanto ai «procuratori immobiliari», la locuzione fa il paio con l’inaccettabile illazione: «inutile dire degli inevitabili sospetti di interessi economici ed elettorali che si agitano dietro queste iniziative». Si tratta di una delle tante cadute di stile, nemmeno la peggiore, contenute nella “lettera aperta”, idonea solo a tentare di gettar fango su chi si è responsabilmente fatto carico di un problema grave a tutela non solo dei propri figli, ma perfino di chi oggi si arroga il diritto di censurarne pubblicamente l’azione.
Prendiamo atto che il Prof. Vivio, che evidentemente dall’alto della sua cattedra e per non avere figli che
frequentano il “Cotugno” ritiene di essere «più lucido» di noi, affronterebbe «il caso in modo assai diverso»; che inoltre è «sostanzialmente rassicurato» da una verifica che, da un lato, ha confermato i preoccupanti valori di resistenza alla compressione del calcestruzzo evidenziati nello studio già in possesso della Provincia, dall’altro è stata testualmente definita dallo stesso tecnico che l’ha eseguita «esaustiva per porzioni, ma non per l’intera struttura»; che infine il docente è persuaso che l’edificio è stato parzialmente inibito all’uso per un «eccesso di precauzione» e che le scuole che abbiamo «sono abbastanza recenti e non stanno poi tanto male» (ma male rispetto a quale parametro? E poi tanto quanto?), nonostante lo stesso Responsabile della Sicurezza della scuola, in una nota del 17 gennaio scorso, ha comunicato di ritenere la situazione «particolarmente grave considerando il numero degli studenti (e del personale)». Prendiamo altresì atto che il predetto docente ritiene che la sicurezza dell’edificio è confermata anche dall’aver esso «resistito più che egregiamente al disastro epocale del 2009», affermazione – questa – che di scientifico non ha nulla, visto che ormai lo sanno anche i sassi, tante sono le circostanze in cui ci è stato ricordato, che l’aver una costruzione resistito ad un terremoto non equivale di certo ad un collaudo sul campo. Non ci risulta, tuttavia, che il professore abbia manifestato il suo dissenso quando, nel mese di marzo, in occasione di una manifestazione per le strade della città, è comparso uno striscione del seguente testuale tenore: «I docenti e il personale del Cotugno condividono le preoccupazioni e sostengono la protesta di genitori e studenti». Dunque ci chiediamo che cos’è accaduto in meno di un mese, a parte l’ovvio disagio per tutti derivante dal trasferimento delle lezioni in altri locali ed in orari pomeridiani, per determinarlo ad una marcia indietro così repentina.
Non possiamo però fare a meno di rammentargli, senza di certo avere la presunzione di voler scalfire le sue convinzioni, che la sicurezza di un edificio scolastico non si misura a spanne, né sulla base di opinioni
personali, bensì unicamente attraverso il riscontro della sua conformità alla legge. Ed inoltre che ciascuno
di noi può legittimamente decidere di stabilire la propria residenza in un luogo sismicamente più o meno vulnerabile, staticamente sicuro o meno e perfino di affidare la sua stessa vita all’alea della roulette russa. Il genitore di un figlio minore, invece, ha il dovere di mandarlo a scuola in condizioni di sicurezza e di fare tutto quanto è nelle sue possibilità per tutelarne la vita e l’incolumità fisica. Coloro che, in possesso di dati tanto ufficiali quanto preoccupanti, dopo aver trovato nel dialogo con le istituzioni solo risposte risibili – quando non porte serrate -, sono stati costretti a rivolgersi alla Magistratura, hanno semplicemente chiesto l’esecuzione di tale verifica di conformità a chi ha titolo per farla e la consequenziale adozione dei provvedimenti di legge, quali essi siano.
La conclusione della “lettera aperta” («Il sonno della ragione genera mostri. E dal momento che oggi al
Cotugno non è crollato nulla …») personalmente ci ripugna per il cinismo che la ispira. Sarebbe fin troppo facile fare dell’ironia sull’identità delle menti dormienti, né meriterebbe replica l’implicita, assurda pretesa di dimostrare l’infondatezza della tesi portata al vaglio del TAR attraverso la constatazione che «ad oggi» non vi sono stati (ancora?) crolli. Anche il ponte sulla A14, che con il suo cedimento (avvenuto com’è noto non per l’azione di un sisma) ha provocato vittime, fino ad un attimo prima era in piedi, avendo resistito «più che egregiamente» al transito di migliaia di autovetture, e perfino La Palisse un quarto d’ora prima di morire era ancora in vita.
Per concludere, un’amara osservazione: molti di noi hanno scelto gli studi classici per i propri figli non certo per farne dei provetti traduttori di lettere antiche, quanto piuttosto perché imparino a conoscere il mondo che c’è dietro e ne assimilino i valori, tra i quali anche il rispetto assoluto della legge.
Socrate rifiutò di fuggire dinanzi ad una sentenza di condanna a morte che riteneva ingiusta, riconoscendo la supremazia della legge anche sul suo interesse alla vita. Ma per poter insegnare il messaggio dei Grandi bisogna prima comprenderlo …

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