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San Lustio

San Lustio mé e la campagna elettorale di una volta: Fulgo Graziosi ci racconta come erano i comizi del dopoguerra e dell’usanza di appellarsi a “San Lustio“, facendosi il segno della croce sotto la statua di piazza Palazzo…

di Fulgo Graziosi

In questi giorni, sull’onda di una virulenta campagna elettorale impregnata di messaggi online, postazioni continue e incessanti su Facebook, botte e risposte in tempo reale, la mente è tornata ai bei tempi della propaganda elettorale fatta attraverso i comizi sulle più belle piazze aquilane.

Era un confronto diretto tra candidati ed elettori. Qualche volta anche con incontri contraddittori tra due candidati di diversa estrazione politica.

Spataro, Natali, Gaspari, Mariani, richiamavano l’attenzione di masse di cittadini, che si riversavano su Piazza Palazzo o Piazza Duomo a seconda delle circostanze o del Partito con il numero maggiore di simpatizzanti.

Gli intellettuali aquilani preferivano assistere ai comizi di Di Giannantonio, antagonista di Natali e Gaspari per la Valle Peligna, pur militando nello stesso Partito. Occorre dare a Cesare quel che è di Cesare. Natalino Di Giannantonio possedeva un eloquio forbito, con appropriato uso dei termini, incisivo e penetrante, anche attraverso la modulazione dei toni della voce. Le frasi che pronunciava erano tutte di senso compiuto. I discorsi, impeccabili, contenevano le tre colonne portanti della enunciazione: Analisi, tesi e sintesi. Era un vero piacere ascoltarlo.

Neppure gli altri difettavano di queste caratteristiche, tranne qualche pronunciata inflessione dialettale di Remo Gaspari. Gli aquilani di una certa età ricorderanno sicuramente con piacere la figura dell’eclettico Avv. Attilio D’Amico, UNSIPO, che con i suoi sarcastici interventi ironizzava su tutti i candidati al Parlamento. In una delle sue candidature si presentò con il simbolo dell’Ulivo, ancor prima che Prodi apparisse sulla scena politica.

Ci sono altri simpatici particolari che mi tornano alla mente.

Nell’immediato dopo guerra gli agricoltori del contado ritenevano che il nostro concittadino Crispo Sallustio non fosse uno scrittore latino dei tempi di Roma Imperiale.

A Sallustio avevano attribuito qualità e caratteristiche della santificazione. Secondo loro il verso nome era San Lustio e non Sallustio, probabilmente per la pronuncia dialettale.

Ricordo che ci veniva da sorridere quando le donne dei paesi vicini, passando a Piazza Palazzo sotto la statua di Sallustio, si segnavano sempre di croce per chiedere l’intercessione di San Lustio sul profitto dei figli studenti, o perché andassero a buon fine dei progetti familiari.

Un anno, tra i vari candidati, si presentò alle elezioni anche un amico carissimo che, per la prima e unica volta, tenne un comizio proprio a Piazza Palazzo al cospetto di Sallustio. Mentre ascoltavo i suoi discorsi, mi venne in mente di scrivere alcuni pensieri in dialetto aquilano, mettendo insieme la contrarietà della madre per la candidatura e la devozione delle donne per qualità divine di San Lustio.

Ve li trascrivo fedelmente in vernacolo e, in simultanea, in lingua italiana. Dedico questa poesia a tutti i candidati, nessuno escluso, con molta stima, affetto e un pizzico di ironia. In bocca al lupo.

SAN LUSTIU E LA MAMMA DEJU CANDIDATU

San Lustiu me tu sci’ ‘nu sant’ome

e quanno te vedo me segno sempre de croce.

Ma la croce me’ è ‘stu fiju eloquente,

parla parla e no’ concrude gnente.

Mo s’è datu alla vita pratica.

S’è presentatu all’elezziò’, co’ la pulitica.

Faji la grazia tu, faju ravvedé’

Pecché se quissu risurda, …, ji guai so’ ji me’.

Signò’ che guaiu rossu che sci fattu,

quissu non è bonu … è pure mattu.

Se crede che la pulitica è ‘na lezziò’.

Sa’ che te ‘ico, …, manneju a ripitizziò’.

Ci putii penzà bonu, …, prima de faju.

Ma chi mell’era ittu de fa’ ‘su sbaju!

Mo è inutile piagne ju mortu,

se quissu è natu propriu stortu.

Fanno tutti cuscì signora me’.

Allo primu, fanno tutti le scintille.

Po’, perdono i colpi, fanno cilecca,

comenzano a pijà quacche bona stecca.

Signò’, ne so’ sentiti jalli de cantà’,

ma pe’ sentì’ fijtu, ‘a da sapè’ contà’.

Quissu, co’ ‘na botta,n’affila cent’e’una.

Ma non cumbina gnente, no’ ne ‘unduina una.

Che ci ‘olemo fa’, San Lustiu me’,

ognunu denesse praticà’ l’arte sé’.

Signò’, mo sci propriu ‘nduinatu.

Ji’ so’ ‘nu poerome de Amiternu,

grazzie no’ ne faccio, solu quacche ternu.

Te pare che se fosse statu ‘nu Santu veru

Me teneo fijet alle recchie e Vespasiano sottu?

Ma tu quiss’atru ju sci fattu Ministru;

je sci assegnatu pure ju Gabbinettu!

Pure quissu è statu ‘nu grande errore!

Pecché a fijetu era riservatu tan’onore.

San Lustio mio tu sei un sant’uomo

e quando ti vedo mi segno sempre di croce.

Ma la croce mia è questo figlio eloquente,

parla parla e non conclude niente.

Adesso si è dato alla vita pratica.

Si è presentato alle elezioni, con la politica.

Cerca di fargli la grazia tu, fallo ravvedere

Perché se questo venisse eletto, …,i guai sarebbero miei.
Signora che guaio grande hai commesso,

quello non è buono … è pure matto.

Crede che la politica sia una lezione.

Sai cosa ti dico, …, mandalo a ripetizione.

Ci potevi pensare bene, …, prima di farlo.

Ma chi mi avrebbe dovuto dire di fare questo sbaglio!

Adesso è inutile piangere il morto,

se questo è nato proprio storto.

Fanno tutti così signora mia.

All’inizio fanno tutti le scintille.

Poi. perdono colpi, fanno cilecca,

cominciano a prendere qualche buona stecca.

Signora, ne ho sentito tanti galli di cantare,

ma per ascoltare tuo figlio, devi saper contare.

Questo in una sola volta ne affila cento e una.

Ma non combina nulla, non ne indovina una.

Cosa ci vogliamo fare, San Lustio mio,

ognuno dovrebbe pratica la propria arte.

Signora, adesso hai proprio indovinato.

Io sono un povero uomo di Amiterno,

grazie non ne faccio, suggerisco solo qualche terno.

Ti sembra possibile che se fossi stato un Santo vero

Mi sarei tenuto tuo figlio vicino e Vespasiano sotto?

Ma tu Vespasiano lo hai nominato Ministro;

gli hai assegnato anche un Gabinetto!

Anche questo è stato un grande errore!

Perché a tuo figlio era riservato tanto onore.

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