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L’Aquila, arresto in carcere per esponente dei Casalesi

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Ha coinvolto L’Aquila l’operazione di contrasto alla Camorra e al clan dei Casalesi che questa mattina ha visto l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare in carcere: destinatario Francesco Bidognetti, alias “Cicciotto e mezzanotte”, detenuto alle Costarelle in regime di 41 bis e ritenuto responsabile, insieme ad altri 3 indagati, a vario titolo, di concorso in omicidio, aggravato dalle finalità mafiose.

Le indagini – coordinate dalla Procura della Repubblica di Napoli – Direzione Distrettuale Antimafia, i Carabinieri del Nucleo Investigativo di Caserta, nelle province di Caserta, Como, Sassari e l’Aquila –  riguardano gli autori dell’omicidio di un imprenditore edile, commesso il 21 ottobre 1992 a Caserta.

L’imprenditore ucciso si chiamava Vincenzo Feola e fu assassinato a  Caserta all’interno della propria azienda “Appia Calcestruzzi”, dedita alla produzione e alla vendita di cemento ed altro materiale edile.

L’indagine, avviata nel 2015, a seguito delle dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia, tra i quali Nicola Panaro, Giuseppe Misso e Cipriano D’Alessandro, ha consentito, attraverso una laboriosa attività di riscontro, di far luce sull’efferato omicidio dell’imprenditore.

Secondo quanto ritenuto dal GIP, l’evento delittuoso era stato deciso dai capi dell’epoca del “clan dei casalesi”, ovvero Francesco Bidognetti, alias “Cicciotto e mezzanotte”, detenuto a L’Aquila, e Francesco Schiavone, alias “Cicciariello ed eseguito da Nicola Panaro (collaboratore di giustizia) e Michele Iovine (deceduto), con l’apporto logistico offerto da Andrea Cusano  e Ettore De Angelis.

“I mandanti concordarono l’esecuzione di tale delitto, in quanto il Feola aveva inteso non aderire al Consorzio CEDIC Calcestruzzo, che in maniera monopolistica gestiva e spartiva gli appalti relativi alla fornitura del cemento in provincia di Caserta” si apprende dagli inquirenti. “A tale Consorzio, ideato da Antonio Bardellino, aderirono tutti i produttori di calcestruzzo casertani, titolari di cave e di impianti di produzione, determinando la gestione del mercato in maniera esclusiva da parte del sodalizio criminale.

Vincenzo Feola, già socio del citato Consorzio, chiese l’estromissione della propria azienda dalla Società Consortile CEDIC, in quanto non intendeva più aderire alle condizioni economiche dettate dal clan, ovvero la corresponsione di una percentuale, pari a 2.000 lire per ogni metro cubo di cemento distribuito nell’ambito del normale espletamento dell’attività lavorativa.

Il Feola venne ucciso per la sua errata convinzione di poter determinare il prezzo del cemento sul mercato, a prescindere dalla volontà del Consorzio, e di poter evitare di pagare una percentuale sui lavori che stava effettuando nell’area industriale di Marcianise, ovvero la costruzione del centro orafo denominato “Tari”, in quanto persuaso di poter essere appoggiato dalla compagine criminale dei Belforte, operanti su quel territorio.

Pur essendo evidente la matrice camorristica dell’omicidio per le modalità di esecuzione dello stesso, per molto tempo le indagini non permisero di risalire agli autori, tant’è che furono aperti ed archiviati più procedimenti penali.

L’azione di contrasto al sodalizio casalese, le molteplici sentenze di condanna intervenute negli anni e la collaborazione di alcuni elementi di spicco del clan hanno consentito a questa autorità giudiziaria di riaprire le indagini, durante le quali si è proceduto alla certosina disamina di documentazione collegandola alle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, il che ha permesso di contestare agli odierni indagati la commissione del grave evento delittuoso.

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