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Referendum, la riforma della errata riforma

L’Editoriale di Fulgo Graziosi

L’ultimo referendum ha fortunatamente arginato gli effetti disastrosi di una troppo azzardata e pericolosa riforma della Costituzione, che avrebbe potuto dare origine a una dirompente destabilizzazione politica e sociale del Paese. La nostra Costituzione, quella coniata con tanta passione e partecipazione nell’immediato dopo guerra, è fortunatamente salva. Anche le aggressioni selvagge ai poteri e alle strutture costituzionali dovrebbero essere state evitate in base alla volontà espressa dal popolo sovrano. Sovrano si fa per dire. Basta tornare con la memoria al recente passato per capire che la nostra sovranità è alquanto labile e virtuale. Torniamo all’esito referendario. I quesiti posti erano due: riforma costituzionale e abolizione delle Province. Entrambi sonoramente bocciati. Sono trascorsi diversi mesi dalla consultazione, ma dell’applicazione della volontà popolare non si sente parlare. Appare quanto mai giusto che del primo quesito non se ne parli più. Il popolo ha detto che la Costituzione non si tocca. Dell’abolizione delle Province, però, se ne sarebbe dovuto parlare con la massima urgenza. Con la stessa sollecitudine con la quale quegli Enti erano stati riformati prima ancora del referendum. I Consigli Provinciali sono stati aboliti da tempo. Ancor prima che l’abolizione di queste Istituzioni fosse oggetto di referendum. Con quali poteri e con quali prospettive sono stati soppressi gli Enti provinciali? I provvedimenti posti in essere dal Governo avrebbero dovuto essere dichiarati inapplicabili, in quanto sprovvisti del crisma della costituzionalità. Il risultato referendario è sotto gli occhi di tutti. La prospettiva di poter conseguire grandiose economie con l’abolizione dei Consigli Provinciali non  è stata conseguita nella misura ipotizzata dalle fonti ministeriali. Il risultato più certo è uno soltanto. Il Governo ha dato una inopportuna spallata all’ossatura portante dello Stato, facendo mancare l’erogazione strategica di consolidati servizi che le Province assolvevano con molta professionalità, malgrado il graduale e costante assottigliamento delle già carenti risorse finanziarie. Inoltre, la volontà governativa in proposito ha consentito la fuga dei dipendenti provinciali verso altri approdi istituzionali, prima ancora che l’esito referendario abbia annullato la proposta di abolizione delle Province. In tutto il caos determinato da questi inopportuni provvedimenti, nessuno dei parlamentari prende la penna, o alza la mano, per richiamare all’ordine il Governo con il proposito di dare corso alla volontà popolare espressa con il referendum. Tutto tace. Intanto, il Paese naviga a vista e, oltretutto, al buio amministrativo più completo. I Consigli Provinciali non esistono. I Presidenti delle Province appaiono sempre virtuali. Non sono più espressione del popolo. Hanno scarsi, se non nulli, poteri istituzionali. Oltretutto, mantengono anche la responsabilità della conduzione sindacale dei Comuni di provenienza che, tra l’altro, hanno anch’essi problemi di sopravvivenza per la continua erosione delle risorse economiche destinabili alla gestione dei numerosi servizi di competenza. Cosa dovrebbe fare il Parlamento se non la riforma della errata riforma? Prima di tutto dovrebbe abrogare la legge con la quale sono stati aboliti i Consigli Provinciali. Poi, dovrebbe obbligare l’immediata restituzione alle Province delle risorse umane fuggite, anche per evitare agli Enti dove sono parcheggiati ulteriori aggravi di spesa per effetto dell’adeguamento del più favorevole trattamento giuridico ed economico. Altro che le auspicate economie enfatizzate dal Governo riformatore. Provvedere all’assegnazione alle Province di adeguate risorse economiche, arbitrariamente sottratte alle stesse dallo Stato e dalle Regioni, per il corretto assolvimento dei compiti e dei servizi istituzionali. Rimettere ordine poteri e doveri degli Enti Locali con l’attribuzione alle Province di compiti esecutivi, sottraendoli alle Regioni, che se li erano abusivamente attribuiti e che non sono in grado di gestire puntualmente. Ridimensionare i poteri regionali, riportando le stesse sui binari delle disposizioni costituzionali e chiarendo, una volta per tutte, che le Regioni non legiferano. Alle stesse può essere assegnato soltanto il compito di emettere regolamenti nel rigido rispetto delle leggi statali. Definizione delle competenze e delle funzioni da assegnare alle Comunità Montane, o abolizione delle stesse. A meno che il Parlamento non decida, con apposita legge, di provvedere alla costituzione dei “Municipi”, ovvero l’accorpamento dei Comuni. Tali organi non saranno mai realizzati se si lascia la libera scelta ai singoli Comuni. Alle Province mancano totalmente le risorse finanziarie. Non è più tollerabile che si provveda a far fronte alle necessità con provvedimenti tampone, quasi sempre tardivi e insufficienti. La manutenzione stradale richiede interventi radicali, non più ordinari ma straordinari, visto che per lungo tempo non sono stati effettuati interventi manutentori di alcun genere. L’attuale anno scolastico sta lasciando il testimone al nuovo e gli edifici scolastici hanno la necessità di essere posti in sicurezza e, oltretutto, hanno bisogno di interventi ordinari e straordinari di manutenzione. Il Governo non può ancora allungare inutilmente i tempi. Non può arrivare alle porte dell’inverno per mettere sul tavolo degli interventi il “pomo della discordia”, costituito da pochi spiccioli che, quasi sempre, sono appannaggio delle Amministrazioni politicamente più vicine al Governo. La riorganizzazione, in base ai risultati referendari, appare quanto mai urgente, indifferibile e dovuta. Il Parlamento deve provvedere al ripristino dell’assetto degli Enti Locali, perché riordinando queste Istituzioni si ritrova anche l’equilibrio dell’intero assetto statale, sempre più traballante e bisognoso di puntellamenti che lo sorreggano nelle continue precarietà. I nostri parlamentari, però, sono troppo concentrati nella ricerca di una legge elettorale che permetta loro di assicurare il benessere politico. Nel peggiore dei casi, mirano ad arrivare alla scadenza del mandato elettorale che, bene o male, consente loro di acquisire il diritto di notevoli privilegi pensionistici. Si ha tutta l’impressione che anche questo referendum, ossia la sovranità popolare, possa fare la stessa fine di quello relativo al finanziamento dei partiti. Basterà cambiare il termine referendario di “abolizione” con quello di “modernizzazione delle Province” e tutto rimarrà immutato e il gioco è fatto alla faccia della sovranità popolare.

Fulgo Graziosi

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