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Festa della Mamma, un dialogo tra madre e figlio

Ogni ricorrenza presenta per un giornalista una difficoltà intrinseca: essere originali. Così, quando sono stato incaricato di scrivere un articolo sulla Festa della Mamma, ho avuto un’intuizione. Ho pensato di dare voce proprio ad una mamma, una mamma un po’ speciale: la mia.

L’idea iniziale era di un’intervista botta e risposta ma poi le cose hanno preso una piega diversa. L’intervista è diventata da subito una conversazione ampia ed intensa, sulla quale il vestito di un articolo sarebbe stato troppo stretto. Non è stata giornalisticamente interessante: alcune domande sono rimaste senza risposta, forse perché di risposte non ce ne sono.

Per questi motivi mi sono preso il privilegio di omettere alcune parti e proporvi queste brevi riflessioni, nate da un dialogo tra madre e figlio.

Francesco Cossiga una volta disse che “senza le madri italiane questo Paese sarebbe morto”, riferendosi in particolare alla storia dell’ultimo secolo. Forse aveva ragione. La società è cambiata, prima c’erano rigide suddivisioni dei ruoli: nonostante questo, durante la guerra e negli anni del boom economico, donne come quella che oggi chiamo nonna furono fondamentali per mantenere in vita la nostra nazione. Molte di loro lavorarono nelle fabbriche al posto dei loro uomini che erano al fronte, dimostrando di esserne all’altezza. Nelle zone rurali come l’Abruzzo interno, poi, non disdegnavano il duro lavoro nei campi, contribuendo in maniera decisiva alla sopravvivenza delle loro famiglie. Oggi, nonostante le mille difficoltà, c’è la possibilità di lavorare alla pari del marito e contemporaneamente di accudire i figli.  Secondo mia madre il futuro sarà in mano alle donne, che stanno dimostrando di saper svolgere i più svariati mestieri in concorrenza con i loro colleghi uomini.

Ma sarebbe riduttivo festeggiare le proprie mamme per dei meriti esclusivamente sociali.

 

Riflettendo sul perché si scelga di diventare mamma (qualora lo si scelga) ci siamo accorti che, al di là di ciò che si pensa comunemente, non esiste una risposta universale su cosa significhi volere un figlio: “Lo si fa spontaneamente, anche con una dose di sana incoscienza, se vogliamo. Forse in quel momento non lo si fa nemmeno per il proprio figlio, che non ha scelto di nascere”. L’amore nasce lentamente, nell’accudirlo e nel vederlo crescere e divenire una persona.

Quante volte abbiamo disdegnato l’affetto di nostra madre, quante volte l’abbiamo delusa! Quanta pazienza necessita la nostra ignoranza della vita. L’amore materno non si riduce a una mera forma di appagamento: una mamma ama perché ama, incondizionatamente. E’ una conseguenza naturale del prendersi cura, non ha nulla a che fare con la logica del dare e dell’avere.

Secondo alcuni studiosi, una delle cause che concorsero alla sopravvivenza e all’evoluzione della specie homo è stata l’attenzione particolare che le madri riposero nei loro cuccioli, dal momento che per ragioni non ancora perfettamente chiarite cominciarono a partorire prematuramente.

Tuttavia è da sfatare il mito (molto italiano) che la mamma voglia sempre il bene del proprio figlio e che i suoi consigli vadano sempre assecondati. A volte, anche se in buona fede, persino un genitore può danneggiare un adolescente, imponendogli decisioni dall’alto.

Mia madre mi racconta che l’età più difficile da gestire è stata quella dei primi anni di vita. Una volta che si ha in braccio un neonato si vedono pericoli ovunque e si ha la consapevolezza di una incredibile responsabilità: “In quel periodo anche quando vedevo i bambini di altri genitori fare cose che ritenevo pericolose entravo in allerta”. Nell’adolescenza subentra invece il problema della libertà: lasciargli correre rischi e confidare nelle lezioni dell’esperienza o mantenerlo sotto la propria ala protettiva? “Qualsiasi scelta si prenda si rimane incerti”.

Un ultimo pensiero va a tutte quelle madri che non hanno il privilegio di proteggere i loro figli , a tutte coloro che vivono nei paesi disastrati dalla follia della guerra, costrette a vedere i loro piccoli deperire lentamente tra gli stenti, a coloro che prendono il mare con la speranza di un futuro lontano dalla violenza.

Una mamma non si identifica nel partorire un bebé ma nell’amore che sa dare. Forse questo è il motivo più valido per renderle omaggio, lontani dal clamore. Non solo oggi, ma ogni giorno.

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