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Gran Sasso, il tempo è scaduto

Mercoledì, nella nuova rubrica del Capoluogo “Quando L’Aquila sognava”, il vicedirettore Fulgo Graziosi raccontava gli ambiziosi progetti turistici degli anni ’30 per lo sviluppo delle nostre montagne e la loro successiva decadenza negli anni della ricostruzione post bellica; l’incapacità della classe politica di cavalcare l’onda della ricostruzione di una città distrutta arrestò lo sviluppo turistico del Gran Sasso.

Oggi, a distanza di decenni, il dibattito è sempre lo stesso.

Mercoledì un incontro di Save Gran Sasso ha evidenziato le problematiche che vessano lo sviluppo delle nostre montagne, al di là degli slogan elettorali delle varie amministrazioni.

Numerosi i problemi evidenziati dall’associazione, in primis alcune ambiguità. A cominciare dai terreni della Fossa di Paganica, nota per l’abbandono in cui versano le strutture in loco: perché nonostante i terreni appartengano al Centro Turistico del Gran Sasso – si sono chiesti gli attivisti – una società privata, la Campo Nevada sas, continua a presentare progetti di riqualificazione, sempre respinti, senza che il Comune si sia mai rivolto alla magistratura o a chi di dovere per verificare questa anomalia?

Per non parlare dei progetti per gli interventi del Piano d’Area, cioè i collegamenti Fossa di Paganica – Monte Scindarella, Fossa di Paganica – Monte Cristo e Monte Cristo inferiore – superiore, registrati e certificati dal Settore ricostruzione pubblica già dall’ottobre 2014. Perché il sindaco continua a dichiarare che servono 4 milioni per progettare degli interventi in realtà già predisposti?

Queste solo alcune delle domande sollevate dall’associazione.

Un altro problema aperto è quello dei sottoservizi che dovrebbero attraversare il tratto da Fonte Cerreto a Campo Imperatore: è stata chiesta la rimodulazione di 2 milioni all’Usra, di cui 1,3 destinati all’opera, ma finora tra gas, luce ed acqua, è stata attivata solo l’illuminazione della funivia, nonostante i continui guasti alle condotte idriche ed elettriche.

“Siamo vent’anni dietro agli altri” – spiega al Capoluogo Luigi Faccia, maestro di sci e attivista di Save Gran Sasso – e ormai siamo arrivati al capolinea: la seggiovia deve essere cambiata, basta una nevicata che cade il traliccio e si rimane senza luce, se si rimane senza luce si ferma la pompa dell’acqua e l’acqua gela, insomma, è una stazione che deve essere ristrutturata da capo.”

Diversi mesi fa Save Gran Sasso era stata protagonista di una petizione popolare per ridefinire i confini del Parco e revisionare i cosiddetti Sic (Siti di interesse comunitario). Tuttavia, nonostante le oltre undicimila firme raccolte, né la giunta, né il consiglio comunale hanno preso in considerazione questo segnale della cittadinanza.

“Che bellissima montagna! – ripetono in continuazione gli utenti su da noi. Ma quando una location bellissima non è fornita di servizi comincia ad essere abbandonata. Il Gran Sasso si regge su se stesso, non per altro. Mantiene la sua bellezza e il suo fascino nonostante si faccia di tutto per imbruttirlo.”

Una situazione gravissima, che sta danneggiando irrimediabilmente anche l’economia dei paesi che abbracciano la Piana di Campo Imperatore, soprattutto Santo Stefano, Calascio e Castel del Monte. “Il fatto che Sextantio faccia le stagioni e non stia più aperto tutto l’anno – spiega Luigi – è un segnale gravissimo”.

Per quanto riguarda la sostituzione della seggiovia delle Fontari: “I tempi sono strettissimi: da quello che ci dicono i tecnici, se i lavori non cominciano entro fine maggio, la vedo durissima. Durissima per essere ottimisti”.

Senza le necessarie autorizzazioni, il flusso turistico della prossima stagione invernale rischia di essere decapitato: “Se non sostituiscono l’impianto che ha dato problemi quest’anno, credo che ci trasferiamo un po’ tutti!”– scherza (non troppo) Faccia.

Questo il malandato quadro di una questione, quella del futuro del Gran Sasso, che non può più essere rimandata. [Diego renzi]

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