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La corruzione anche negli appalti Aquilani?

di Giampaolo Ceci*

Dopo quanto sentito nelle intercettazioni che hanno portato alle dimissioni del ministro Lupi, la procedura usata all’Aquila per gestire i fondi del sisma appare addirittura imbarazzante per le coincidenze usate nel metodo.

Per la verità che ci fosse una” legale corruzione” nel sistema degli appalti pubblici era noto da tempo agli addetti ai lavori che operano ad un certo livello, perché si era ripetuto con poche varianti nell’ expo negli appalti del G8, nei giochi del mediterraneo, nella costruzione del MOSE, negli affidamenti dei lavori dei villaggi CASE e ancor prima in forma più “grezza” ma con poche varianti nel sisma del Belice, in quello Umbro/Marchigiano e anche in quelli precedenti.

La competizione tra le grandi imprese nazionali per sopravvivere non si misura da tempo sulle loro capacità organizzativa o sulla qualità delle loro maestranze, ma dalla “capacità” di creare “buoni” rapporti col potere “politico”.

Nulla di male se questo avviene in un quadro che ponga tutti nelle stesse condizioni di partenza; tutto sbagliato invece se le regole competitive fossero falsate o peggio se fossero state varate proprio per legalizzare un vantaggio di pochi sugli altri o peggio del peggio per legalizzare gli abusi.

E grave il sospetto che siano varate leggi dello Stato per sovvertire le regole della leale concorrenza, perché significa che l’infezione corruttiva ha raggiunto in profondo il sistema politico che detiene in potere legislativo, quindi, o chi fa le leggi, non é capace di redigere buone leggi che evitino questi rischi o peggio, chi fa le leggi é colluso.

Ma quale è il metodo legale per aggiudicarsi i grandi appalti pubblici che sembra emergere dalla inchiesta sull’ex ministro Lupi, di cui si colgono “le imbarazzanti coincidenze” di cui parlavo prima?

Tralasciando varianti sul tema, il meccanismo sembra essere sempre lo stesso: per prima cosa bisogna togliere ogni potere decisionale alle comunità del luogo, perché inevitabilmente “rompono le balle” o peggio potrebbero appoggia interessi locali.

Poi si passa a presidiare la gestione delle decisioni. Si deve nominare un commissario cui dare ampi poteri, meglio se scelto all’interno dell’apparato statale vicino al potere politico, perché conosce già come vanno le cose.

Ma non basta bisogna rendere legali le procedure di affidamento dei lavori evitando quelle che le rendano oggettive quali ad esempio gli affidamenti “al massimo ribasso” o “alla media” che devono necessariamente essere criminalizzati per poter essere sostituiti senza che qualcuno ne chieda le ragioni.

Sorge il sospetto che questa sia stata la vera finalità per cui il legislatore, qualche anno fa, ha inserito nel codice degli appalti un nuovo criterio di aggiudicazione: il metodo della” Offerta più conveniente per la amministrazione”

Il nuovo metodo impone che l’aggiudicazione non derivi solo da una asettica valutazione sul prezzo offerto, ma da valutazioni più ampie ed articolate quali a ad esempio (tempi, migliorie, sicurezza ecc.) alle quali si associa un punteggio.

Il gioco é fatto. Ora legalmente solo una commissione potrà valutare la maggiore convenienza e quindi, anche quale sia la impresa che la propone.

Tralascio di come si potrebbe interviene nella scelta dei criteri e dei punteggi da inserire nel bando per determinare la convenienza o nella nomina delle commissioni o come poi si potrebbero legalmente “ringraziare” i membri delle commissioni qualora fossero compiacenti Di questo ne parleremo forse in un’altra occasione.

Questa procedura, “libera” il politico da ogni responsabilità connessa all’aggiudicazione, perché tramite la commissione, l’aggiudicazione formalmente avviene per valutazioni tecniche documentate, fuori da condizionamenti politici. Tutto legale.

Una volta determinati gli aggiudicatari secondo rotazioni concordata con entità ancora non note (a proposito chi ha l’autorevolezza e la capacità organizzativa per effettuare il coordinamento degli affidamenti tra le grandi imprese, che notoriamente sono in concorrenza?) si passa alla realizzazione delle opere.

Una volta si arrotondavano gli appalti con varianti in corso d’opera che ne facevano lievitare i prezzi.

Oggi si preferisce fare delle “varianti migliorative”. Ovvero si tolgono le lavorazioni con bassi margini e si sostituiscono con altre che producono margini maggiori a parità di spesa.

Termina il ciclo, da quel che è emerso, la nomina del collaudatore tecnico amministrativo che spesso avviene con criteri discrezionali scegliendoli tra i dirigenti pubblici con gli stessi criteri con cui sono stati scelti i membri delle commissioni.

A L’Aquila si seguirà lo stesso metodo per gli affidamenti di appalti pubblici? Basterà attendere per scoprirlo.

* Professore Centro Studi Edili Perugia

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