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Sisma: «Riprendete i soldi, ma ridateci i cari»

«Alla Protezione civile dico: i soldi vi servono? Va bene, riprendeteveli. Ma visto che siete così potenti, ridateci i nostri cari». Sono le parole di Aldo Scimia, vigile urbano dell’Aquila che nel terremoto del 6 aprile 2009 ha perso la madre e una delle parti civili a cui la Protezione Civile ha chiesto la restituzione delle somme risarcitorie stabilite nella sentenza di primo grado nel processo alla Commissione Grandi Rischi.

«Leggendo la lettera della Protezione civile ho provato un grosso stupore, un grosso sgomento e molta amarezza, ma nulla più perché non mi aspetto molto: dal 7 aprile di sei anni fa gli eventi si sono susseguiti sempre nella stessa direzione, non è mai cambiato nulla».

In riferimento alla posizione del capo della Protezione Civile, Franco Gabrielli, che ha inviato la lettera di messa in mora, Scimia dice: «In tutta onestà mi sembra facile dire così, però forse è anche la mia incapacità a capire. La comunità si trascina, non vedo più la capacità di indignarsi, la coscienza critica, la capacità di reagire. Mi sembra che la città si stia disgregando a livello morale».

In secondo grado la Corte d’Appello dell’Aquila ha assolto sei componenti su sette della Commissione Grandi Rischi. Sull’operato della Commissione Grandi Rischi pende ora il ricorso in Cassazione presentato dal procuratore generale dell’Aquila, Romolo Como, lo scorso 13 marzo.

«Lo Stato non sta ‘battendo cassa’, ma semplicemente applicando la sentenza stessa rispettando i tempi indicati. Esattamente come si fece dopo il verdetto di primo grado», ha precisato in una nota il Dipartimento Nazionale della Protezione Civile in relazione alle lettere. «Quello che il Dipartimento della Protezione Civile si ritrova a fare oggi, dunque, pur comprendendo e rispettando il dolore dei familiari – si sottolinea ancora nella nota – non è altro che l’applicazione di una sentenza che dispone la restituzione del denaro che a suo tempo venne versata alle parti civili con solerzia e immediatezza senza peraltro attendere la decisione della Cassazione».

«Dovremmo essere tutti più onesti nel prendere visione delle cose – ha aggiunto il capo dipartimento della Protezione civile, Franco Gabrielli – mettendo in disparte ogni considerazione sul dolore e le sofferenze delle famiglie delle vittime, che attiene all’uomo Franco Gabrielli, come funzionario ho dalla mia una tempestività mai vista nell’applicazione della sentenza di primo grado senza aspettare la Cassazione: mi sembra ingiusto, perciò, che oggi si dica che dopo la sentenza di secondo grado avremmo dovuto attendere la Cassazione». «Sono un funzionario dello Stato e devo rispettare le regole – ha aggiunto il capo dipartimento – come solerte sono stato nel primo grado, solerte devo esserlo nel secondo. Potevo essere accusato di poca sensibilità se fossi stato intempestivo nel primo grado e non nel secondo, ma con tutta la strumentalizzazione possibile, non è stato così».

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