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L’Aquila, l’urlo del silenzio

NON SI VIVE DI SOLI SUPERMERCATI

Appunti di viaggio. Terza sosta.

[i]”Non si vive di soli supermercati. L’urlo del silenzio”.[/i]

II Parte

di Valter Marcone

Con il silenzio abbiamo iniziato questa riflessione dividendola per soste. Questa è la seconda parte della terza sosta. In mezzo abbiamo trovato “l’urlo del silenzio”, che grida positivamente o negativamente.

Ma perché il silenzio? Proviamo ad elencare alcune forme di silenzio: il minuto di silenzio delle commemorazioni ufficiali; il silenzio come forma di protesta sociale non violenta (gli imbavagliati per esempio); gli spazi di silenzio dove meditare insieme sulla pace; il silenzio che precede le riunioni di dialogo interreligioso; la pratica della meditazione come forma di raccoglimento silenzioso, ma anche condiviso.

Che cosa accomuna queste pratiche? La sensazione è che si è giunti – poiché i conflitti sociali e politici si reggono oggi sulle diatribe verbali (e i mass media con i loro talk show ne hanno qualche responsabilità) – ad una totale delegittimazione reciproca, alla degenerazione della parola. Tanto che per farsi sentire, per assurdo, “[i]bisogna stare zitti[/i]”.

{{*ExtraImg_237395_ArtImgRight_300x400_}}Quindi un silenzio che viene prima della discussione, che recupera valori fondanti come la gratitudine (tacendo si onora chi è morto facendo il suo dovere) e altri valori. Per dire anche, in definitiva, che il silenzio in questo caso è un valore superiore allo spazio pubblico, istituzionale. Il silenzio così ha una dimensione propositiva, ossia la possibilità di instaurare un dialogo, di superare i conflitti per arrivare alla partecipazione.

Ho partecipato ai lavori di un seminario che si è tenuto il 5 marzo scorso nell’ambito del progetto “[i]Il territorio siamo noi. Laboratori Maieutiici per ricostruire[/i]“. Il gruppo di lavoro che realizza il progetto – composto da Amico Dolci, Alessandro Vaccarelli, Eugenio Incarnati, Angelo Venti, Marco D’Antonio, Benedetta Colella, Marta Allevi e Francesca Palma, Barbara Vaccarelli – ha proposto agli alunni di alcune scuole aquilane un percorso per sperimentare l’importanza della reciproca comunicazione, con il metodo della maieutica reciproca, affrontando i temi della ricostruzione.

Tra i contributi portati dai partecipanti al seminario di riflessione sulle attività svolte con gli studenti, una insegnante ha avviato una riflessione sul silenzio dopo il terremoto in termini fisici e in termini psicologici. Il tema è stato sviluppato per molti aspetti, tra i quali quello che lamentano le giovani generazioni, quelle post terremoto, da parte dei loro genitori, dei loro familiari. Un silenzio che sembra dire “[i]ecco, noi siamo rassegnati a fare la differenza tra la città che c’era e che non c’è; vogliamo dire la nostra sulla città che ci sarà, ma che a volte ci è negato e a tutto questo siamo rassegnati[/i]”. I giovani, invece, come più avanti avremo modo di dirlo, vivono la città qui ed ora. Quindi il silenzio degli adulti si riverbera sui comportamenti dei giovani e sembra essere inteso in senso negativo. Ma non è così.

{{*ExtraImg_237404_ArtImgRight_300x225_}}Quel silenzio serve a vivere e a conservare una dignità. Scrive Giampiero Comolli (Una luminosa quiete, Mimesis, 2012): “[i]. . . Ma raggiungere insieme all’altro una condizione comune di esistenza nuda, muta e condivisa – il nostro può essere qui e ora, insieme e in silenzio – significa anche lasciarsi temporaneamente alle spalle il linguaggio parlato, per raggiungere o tornare ad una condizione prelinguistica, in cui il nostro esserci, e l’esserci dell’altro insieme a noi, si limitano a mostrarsi in silenzio nel loro muto esistere, quali semplici esseri che sono insieme, che sussistono[/i]”.

Così il silenzio che i giovani rimproverano è un fondamento di senso che giace prima della lingua e dal quale però il linguaggio verbale scaturisce. L’auspicio è che dalle piastre di quelle C.a.s.e. salga presto un nuovo linguaggio a dire “[i]nuove parole possibilmente più feconde, più autentiche, non consumate da dissidi[/i]”.

Il silenzio che i giovani rimproverano agli adulti. Il silenzio degli adulti che determina il comportamento dei giovani.

{{*ExtraImg_237403_ArtImgRight_300x225_}}Vera Lazzaro il 5 marzo scorso, sul blog “L’Aquila reale” di Tiziana Pasetti, con l’articolo “[i]L’Aquila – growing up (6 aprile 2009 – 6 aprile 2015)[/i]“, che presenta un video su L’Aquila terremotata, scrive: ”[i]Il 6 aprile del 2009 avevo 8 anni. Ricordo tutto della mia vita fino ad allora. Ricordo tutto quello che è accaduto da allora. Oggi io e i miei amici abbiamo 14 anni. In questi anni abbiamo ascoltato i nostri genitori e i nostri nonni, i loro rimpianti. Abbiamo ascoltato il disinteresse nei nostri confronti, gli “invisibili”. Eppure noi ci siamo e L’Aquila, questa L’Aquila, la capiamo e conosciamo più di voi perché noi non la rimpiangiamo ma la frequentiamo e insieme a lei cambiamo, cresciamo, ci arrabbiamo, ci innamoriamo. E’ il teatro della nostra giovinezza, il luogo di tutte le nostre prime volte. E non la dimenticheremo, quando tornerà ad avere le sembianze di un tempo. Non dimenticheremo quello che è stata in questi anni sbriciolati, tremendi e bellissimi. E’ stata la nostra vita. E’ stata quella che voi vi ostinate a non voler accettare. Noi la amiamo così[/i]”. L’articolo e il video sono stati pubblicati anche su NewTown.it.

{{*ExtraImg_237396_ArtImgRight_300x400_}}Sottolinea Anna Pacifica Colasacco in un post pubblicato sul gruppo Facebook “Sei aquilano se”: “[i]In questi anni abbiamo ascoltato i nostri genitori e i nostri nonni, i loro rimpianti. Abbiamo ascoltato il disinteresse nei nostri confronti, gli “invisibili”. Così ci vedono i giovanissimi aquilani. Sono rimasta particolarmente colpita dalla visione di questo video e, in particolar modo, dalle parole di presentazione che lo accompagnano. Parlano, questi giovani, una lingua che conosco, perché, incredibilmente, è la stessa mia. Esprimono un concetto identico a quello che io stessa esprimo spesso e che ho illustrato non più lontano di ieri, in un commento ad un post, proprio in questo gruppo. Concetto che parla di accettazione della realtà, che solo attraverso quella si può arrivare a metabolizzare il nostro lutto. Questa è la nostra realtà e questa va vissuta e dobbiamo cercare di viverla al meglio. I ricordi restano, i rimpianti dovrebbero essere abbandonati. La nostra vita è questa. Questa la nostra città: un teatro tutto nuovo, nel quale scrivere e rappresentare la nostra nuova vita. I giovani lo hanno capito [/i]”.

{{*ExtraImg_237400_ArtImgRight_300x225_}}Ma la stessa Colasacco scrive l’11 aprile 2011 sul suo blog: “[i]Dico e scrivo spesso della mia paura di sentirmi sopravvissuta per sempre. A vita. Nasce dal fatto che, dopo due anni, nulla è cambiato nel mio sentirmi tale. E noto che nulla è cambiato per le persone che mi circondano: famigliari, parenti, amici, conoscenti, concittadini che incontro casualmente. Abbiamo ancora il terremoto e la condizione che ne è seguita dentro le ossa, nella mente, nell’anima, in fondo al cuore. E in cima ai nostri pensieri. Prima di quel maledetto 6 aprile ero soprannominata, scherzosamente, in famiglia “la donna con la valigia”. Sempre pronta a partire. Tornavo e programmavo una nuova partenza. Per lavoro, per diporto: ogni occasione era buona. Partivo felice, tornavo contenta di riabbracciare le mie mura: quelle della città, quelle di casa mia. Le montagne sempre ad aspettarmi. Rassicuranti. Ora, invece, non riesco proprio ad andare via da questo nulla. Vi resto attaccata tenacemente. Resto attaccata alle transenne che mi impediscono di entrare in casa mia, all’odore di muffa, di marcio, di desolazione che esce dai vicoli della mia vita. Al provvisorio delle tende che costituiscono ancora i nostri spazi di socialità. Al traffico impazzito. Al panorama cambiato,deturpato dalla mano dell’uomo. Alle brutte casette di legno sorte come funghi. Alle cupole sfondate, ai palazzi puntellati. Ai visi smarriti dei miei compagni, tanti, di sventura. Quando mi costringo, rarissimamente, ad inoltrarmi nella normalità degli altri, sto male. Non la voglio. Voglio il mio nulla. Le città mi lasciano tramortita. I visi degli abitanti di quelle città, le altre, mi gettano nello sconforto. La normalità mi destabilizza. Desidero di tornare a “casa mia”. Al nulla, appunto. A quegli occhi che mi parlano, anche se muti. A quelle persone che hanno il mio stesso dolore, che vivono la mia stessa condizione. Scopro uno spirito di appartenenza che prima non conoscevo. Voglio solo questo, come se solo in questo io possa vivere. Nonostante tutto. Nonostante le piccolezze che noto in molti, come quelle in un incontro nel tendone della Piazza del Duomo, dove si sarebbero dovute coordinare le azioni dei cittadini responsabili, quelli che fra i miei concittadini dovrei sentire ancor più vicini, per il sì al voto referendario: ho visto volti cupi, astio, panche brandite come randelli, avversioni personali portate sul piatto comune, desiderio di immotivato protagonismo, giovani donne urlanti, alcuni mostrare insofferenza, altri ancora non accettare il pensiero altrui, favorendo la divisione, poiché non si riesce a fare come loro vorrebbero. Non si cercano punti comuni. Si cercano primati, si rivendicano paternità. Leggo sui giornali, su internet, cattiverie contro chi si attiva per la città, anche solo con una carriola. Si gettano ombre. Tutti in corsa, verso cosa? Le elezioni del prossimo anno? Ottima cosa che i cittadini responsabili provvedano a candidarsi, mi pare d’obbligo. E l’unica speranza. Ma questa guerra è sciocca e sa di vecchio, stantio e marcio. Un terremoto come il nostro avrebbe dovuto cambiare i rapporti fra disgraziati, rapporti che, invece, se possibile, sono peggiorati. Ebbene, per quanto mi riguarda, tranquillizzatevi, potete guardarmi con maggiore bonomia: non ho intenzione di candidarmi, né di mettere il bastone fra le ruote ad alcuno. Rispetto il lavoro di tutti. La lealtà è sempre stata per me una necessità assoluta, mi capita, però, di commettere l’errore di pretenderla anche dagli altri. Voterò in base al programma, come ho sempre fatto. Sperando che venga rispettato. A me interessa solo il bene di questa “comunità”. Le virgolette, ahimé, sono d’obbligo[/i]”.

{{*ExtraImg_237397_ArtImgRight_300x400_}}Che è quasi una introduzione al silenzio. Una introduzione al silenzio che la Colasacco così descrive: “[i]Il blog è fermo da tempo. Troppo. Il silenzio è voluto. Voluto perché nulla c’è da raccontare. Se non piccole cose di piccoli uomini. Cose che fanno male, ma insignificanti per i più che non sono costretti a vivere il nostro quotidiano. Addirittura, ai più, incomprensibili. Voluto perché la mia vita, le nostre vite sono ancora sospese. Come due anni fa. Grava su di loro il peso di lunghi mesi di dolore che hanno visto spegnersi la speranza. Continuare a credere in se stessi e negli altri è diventato difficile. E allora ti senti solo, quando solo non dovresti sentirti, ché le sofferenze dovrebbero unire. Ho deciso di rompere il mio silenzio perché quella notte, stanotte, mi sembra ancor più vicina. Due anni che sono un soffio. Due anni che sembrano non essere trascorsi, perché è impossibile ricostruire te stessa nell’incertezza dell’immediato e nel buio del futuro. Senza radici, senza identità, ti chiedi se resterai così per sempre. Se, per sempre, sarai solo una sopravvissuta. Ti chiedi se tornerai ad avere dei desideri che non siano solo quelli di ricostruire una comunità che è, irrimediabilmente, morta. Sola, fra coloro che vivono il tuo stesso dolore. Dietro quelle transenne, la città morta. L’odore inconfondibile della morte. La popolazione sbandata, sfiduciata, sempre più disgregata, accetta la realtà che vede come ineluttabile. Si adatta, pur soffrendo. Cerca scorciatoie. Mentre il mondo intero, intorno, muta repentinamente i suoi scenari. E tu, con il tuo dolore, ti senti un granello. Fermo, mentre tutto, fuori dalle tue mura cadenti, cambia velocemente. Il blog cambia anch’esso: si occuperà solo di me. Di me parlerà. Ché questa comunità, per ora, all’inizio del terzo anno della nuova non vita, nella quale ha scelto di relegarsi, non merita di essere raccontata. E di nuovo il silenzio, per il lutto rinnovato, mi accoglie. Benevolo. Perché il silenzio spesso cura le ferite meglio di ogni parola”[/i].

{{*ExtraImg_237398_ArtImgRight_300x400_}}Del silenzio o della parola “silenzio” parlano alcune iniziative, come quella in occasione del quinto anniversario dal terremoto del 6 aprile 2009, quando è stata presentata la nuova versione di “[i]Il Silenzio dell’Aquila[/i]”. Un cortometraggio nato con l’intenzione di reagire al dramma che gli aquilani hanno vissuto e stanno vivendo quotidianamente, ormai archiviato da tutti i mezzi di comunicazione come una “normale” tragedia degli ultimi anni. Per dire basta, è ora di far rinascere davvero questa città.

Un silenzio spettrale, come scriveva Andrea Gattinoni in “Lettere dal terremoto”: “[i]Ho visto L’Aquila. Un silenzio spettrale, una pace irreale, le case distrutte, il gelo fra le rovine. Cani randagi abbandonati al loro destino. Un militare a fare da guardia ciascuno agli accessi alla zona rossa, quella off limits. Camionette, ruspe, case sventrate. Tendopoli. Ho mangiato nell’unico posto aperto, dove vanno tutti, la gente, dai militari alla protezione civile. Bellissimo. Ho mangiato gli arrosticini e la mozzarella e i pomodori e gli affettati. Siamo andati mentre in una tenda duecento persone stavano guardando “Si Può Fare”. Eravamo io, Pietro, Michele, Natasha, Cecilia, AnnaMaria, Franco e la sua donna”[/i].

{{*ExtraImg_237399_ArtImgRight_300x225_}}Beba Gabanelli scriveva ancora sul silenzio in un post pubblicato da “Facciamo noi”: “[i]Dai tempi del Friuli in poi, se chiedo a qualcuno che è stato testimone di un terremoto qual è la cosa che lo ha spaventato di più, due volte su tre mi dice: il rumore. La cosa che invece ha letteralmente terrorizzato me è stato il silenzio. L’ho conosciuto a L’Aquila già il primo giorno in cui abbiamo iniziato i sopralluoghi per girare “Non chiamarmi Terremoto”. Camminavamo per il centro storico abbandonato, cristallizzato in un istante che sembrava eterno, come nel mondo della Bella Addormentata che guardavo da piccola nei volumi delle Fiabe Sonore. Dove passa il terremoto c’è un silenzio che fa male alle orecchie, perché non è il silenzio bello, che ti sei meritato dopo una giornata impegnativa, quando affondi fino alle orecchie nella vasca da bagno come un ippopotamo. E’ piuttosto un silenzio da vecchi set di film western abbandonati. Pieni di fantasmi, di frasi lasciate a metà, di gesti che nessuno porterà a termine[/i]“.

Anche Sabrina Corarze in “L’Aquila, cronaca di un post terremoto” pubblicato il 29 novembre 2014 su http://www.goleminformazione.it scriveva “[i]6 aprile del 2009. Sono le 3.32 quando il territorio aquilano trema per 23 secondi. Una manciata eppure interminabili. Dopo solo polvere, macerie, urla. Poi il silenzio. L’Aquila viene quasi rasa al suolo. 309 vittime. Migliaia i palazzi crollati. Migliaia di sfollati. 485 beni monumentali riportano danni per un valore di 525 milioni di euro[i]”.

Silenzio. Un silenzio che urla. Come si fa ad ascoltarlo? Come si fa a non ascoltarlo?

LEGGI LA PRIMA STORIA:

[url”STA LI’ DAL 6 APRILE”]http://ilcapoluogo.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=116333&typeb=0[/url]

LEGGI LA SECONDA STORIA:

[url”PRIMA PARTE – QUANDO CONOSCEVAMO SOLO IL MAMMUT, DOVE LA CITTA NASCE.”]http://ilcapoluogo.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=116619&typeb=0[/url]

[url”SECONDA PARTE – NON E’ PIU’ SOLO IL TEMPO DEL MAMMUT”]http://ilcapoluogo.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=116918&typeb=0[/url]

LEGGI LA TERZA STORIA:

[url”PRIMA PARTE – NON SI VIVE DI SOLI SUPERMERCATI”]http://ilcapoluogo.globalist.it/Secure/Detail_News_Display?ID=117203&typeb=0[/url]

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