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La Festa del Papà agli inizi del terzo millennio

di Nando Giammarini*

Siamo agli albori del terzo millennio, viviamo la problematica realtà di un mondo in rapida trasformazione, dominato dalla globalizzazione selvaggia, con ritmi frenetici, in cui stanno scomparendo, a poco a poco, valori e certezze. Rimangono poche verità cui ancora poterci aggrappare saldamente: le strutture portanti della vita alle quali far costantemente riferimento, i genitori.

Per quanto ci possano apparire distanti per modi di pensare essendoci una generazione di differenza, in loro abbiamo la certezza di un aiuto costante dettato dal profondo amore che nutrono nei nostri confronti e ci trasmettono, come una nenia antica, di generazione in generazione. In questo contesto oserei inserire la festa del papà, ricorrente due giorni prima dell’arrivo ufficiale della primavera che si celebra ogni anno, in Italia, il 19 marzo giorno di San Giuseppe, padre putativo di Gesù.

Nella tradizione popolare egli, di professione falegname, era anche il protettore dei poveri, delle ragazze nubili, degli orfani, dei carpentieri, degli artigiani; inizialmente era festa nazionale, successivamente fu abrogata, ma continua ad esistere quale occasione per festeggiare i papà. Essa, come tutte le ricorrenze civili e religiose, hai i propri riti e i suoi simboli in tutte le regioni del Paese. I riti sono quelli di purificazione, per cui si bruciano i prodotti di risulta dei raccolti nei campi e nelle piazze vengono accese enormi cataste di legna. Quando i falò sono pressoché spenti alcuni, generalmente giovani, li scavalcano con grandi salti, mentre le donne in età avanzata intente a filare intonano inni a San Giuseppe. Tali riti sono accompagnati dalla preparazione delle famose “zeppole” che altro non sono se non delle frittelle preparate con ricette che variano a seconda delle Regioni di appartenenza. Nell’immaginario collettivo è rimasto l’antico motto di “San Giuseppe frittellaro” poichè ancora oggi i dolci della particolare ricorrenza d’inizio primavera sono i famosi bignè farciti alla crema.

Documenti storici riportano che la festa del papà sia nata in Virginia nel 1908, ma fu ufficializzata nel 1910 ad Washington e si diffuse rapidamente in America, dove viene festeggiata la terza domenica di giugno. Ma veniamo alla festa vera e propria, al ruolo paterno nel contesto sociale in cui viviamo e dei profondi cambiamenti che lo hanno prodotto.

Negli ultimi tempi assistiamo sempre di più alla caduta della figura paterna come autoritaria e severa, detentrice esclusiva di regole ed unico sostegno economico per la famiglia. Insomma una crisi del ruolo di padre, accompagnata da una nuova concezione dell’esistenza dove nasce un radicale cambiamento dello stile di vita e di quello educativo, dettato anche dal coinvolgimento delle donne nel mondo del lavoro. Ne consegue che la cura dei figli, tradizionalmente affidata alle mamme, è diventata un’attività condivisa con il marito e determina un maggiore contatto in cui si sviluppano con i ragazzi nuovi rapporti e si esprimono nuovi ruoli educativi quindi processi, come dire, più razionali e meno istintivi.

Con cognizione di causa da qualche tempo i media parlano di ”padri all’altezza della situazione”, mettendo in evidenza cambiamenti epocali.

Colgo l’occasione per raccomandare ai tanti padri separati di essere più presenti nella vita dei loro ragazzi affinchè, come diceva la figlia di un caro amico le cui parole di adolescente mi hanno stretto il cuore, si eviti di farli sentire pacchi postali spostati, all’occorrenza, da una parte all’altra.

Doveroso rivolgere i miei più cari auguri a tutti i papà e un saluto alla memoria di coloro che, guardandoci dal cielo, hanno sacrificato la loro esistenza al bene della famiglia.

*lettore

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