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Ricostruzione, perché le schede parametriche?

di Giampaolo Ceci*

Perché si compilano le schede parametriche?

Il problema nasce a monte e s’inquadra nella tematica più vasta che riguarda le procedure per la definizione dell’entità dei contributi (indennizzi?).

Purtroppo in Italia manca una legge che definisca quali dovrebbero essere le procedure operative per determinare l’entità degli indennizzi da elargire alle popolazioni colpite da calamità naturali. Quindi, quando ne capita una, ognuno si organizza come può o come sa.

Se ci fosse stata una legge nazionale che disciplinasse questa materia non ci sarebbe stato bisogno di “inventarsi” le schede parametriche o le complesse procedure attivate dalla “filiera” (Cineas- Re Luis-Fintecna).

In questo contesto non bisogna sorprendersi se i contributi per le popolazioni del cratere Aquilano saranno erogati con modalità diverse da quelle adoperate per le popolazioni emiliane o del sisma Umbro/Marchigiano, creando evidenti disparità di trattamento.

Le schede parametriche nascono nel lodevole intento di riorganizzazione i criteri adottati dalla “Filiera” perché si é ritenuto meglio demolire quel sistema e impostarne un altro migliore.

Temo che si sia passati dalla padella nella brace.

Le schede parametriche nelle intenzioni di chi le ha impostate, avrebbero dovuto consentire una più rapida quantificazione del danno per gli edifici e quindi definire più celermente l’entità “dell’indennizzo” in realtà, servono prevalentemente a descrivere dettagliatamente la tipologia dell’aggregato.

Resterebbe sempre aperto il problema dell’organizzazione e controllo della ricostruzione, ma questo è altro problema.

La compilazione delle schede parametriche (Ndr. sono 257 pagine di spiegazione) consente ora ai funzionari dell’USRA, che hanno il compito di eseguire le verifiche della loro corretta compilazione, di stabilire… NULLA di concreto.

Infatti, la definizione del contributo presume la stesura definitiva del progetto che ancora non c’é all’atto della presentazione delle schede (parte prima).

Ma allora, c’é un altro modo più semplice e spedito per determinare l’entità dei contributi (indennizzi)?

Si. Vediamone uno.

Un edificio o un aggregato si compone di tre parti.

La prima riguarda la parte “visibile” dell’edificio che include le parti comuni (tetto, gronde, infissi, finiture esterne, negozi, vani scala interni, portoncini degli alloggi, servizi e impianti centralizzati ecc).

La seconda parte riguarda le attività commerciali private prospicienti le strade, ovvero i negozi.

Una terza che comprende gli alloggi di proprietà privata con le relative pertinenze (tralasciamo gli edifici monumentali e di culto che sono cosa a se stante).

Sul miglioramento strutturale e i ripristini delle opere comuni e commerciali si deve “tarare” il contributo dello Stato per evitare che, in caso di nuovo sisma, la città subisca i medesimi danni e perché riacquisti subito, (almeno parzialmente) la sua dimensione sociale ed economica.

Le parti comuni devono essere computate analiticamente dal progettista sulla base del prezzario regionale perché variano, anche di molto, da fabbricato a fabbricato.

L’aliquota del contributo (indennizzo) rientra nel campo delle scelte politiche e quindi esula da queste note.

Il contributo per le proprietà private con danni classificati “E”, potrebbe invece essere calcolato facilmente se si applicassero i costi statistici, magari affinandoli in funzione della categoria catastale dell’alloggio. Ad esempio. 500 euro a mq di superficie utile per le case di civile abitazione, Di meno per le canine e i garages.

Anche la determinazione dell’indennizzo rientra tra le valutazioni “politiche”.

Per questo tipo di opere l’indennizzo non dipenderebbe quindi dal danno reale (il sima Umbro/Marchigiano ha dimostrato che costa meno fare così che procedere con stime analitiche che sono gravate dai costi dei controlli) ma solo da un mero calcolo che si ottiene moltiplicando i mq di proprietà per il valore parametrico standard, in funzione della categoria catastale.

I contributi (indennizzi) privati potrebbero godere di un’altra peculiarità: potrebbero essere erogati DIRETTAMENTE al privato che potrebbe volontariamente “girarli” al suo consorzio, se volesse fruire delle economie di scala dell’impresa che realizzerà le parti comuni o adoperarlo direttamente, incaricando dei lavori un’impresa di sua fiducia, alimentando così l’economia locale che è costituita in gran parte da artigiani e piccole imprese.

Volendo, per stabilire un equo indennizzo, si potrebbe anche stabilire un protocollo un po’ più complesso, che contempli correttivi per tenere conto della vetustà delle abitazioni o il reddito dei proprietari, o che ponga un tetto massimo per gli edifici di elevata metratura o i tempi per l’ultimazione dei lavori interni o ancora, prevedesse incentivi per quei proprietari che accettassero di assecondare i piani strategici impostati dal comune per lo sviluppo della città (ad esempio, di convertire l’alloggio in albergo o ufficio o per turisti ecc).

{{*ExtraImg_236298_ArtImgRight_300x355_}}A mio avviso, l’USRA dovrebbe concentrarsi nell’organizzazione efficace delle conferenze di servizio perché i lavori possano essere autorizzati celermente dai numerosi enti pubblici preposti ai controlli dopo aver controllato che le soluzioni tecniche adottate per i miglioramenti sismici siano efficaci e congruenti al valore dell’edificio e approvato i relativi computi preventivi per le parti comuni e commerciali.

Dovrebbe anche “certificare” l’importo del contributo statale per le parti private.

L’impegno di spesa per le opere comuni e commerciali sarebbe registrato dall’USRA tra le somme “impegnate” dell’anno, mentre quelle dei privati potrebbero anche essere spostate per competenza più tardi in ragione delle disponibilità annue elargite dallo Stato.

In questo modo, a parte vincoli tecnici e logistici, la gran parte dei lavori potrebbero iniziare subito, anche se limitatamente alle sole opere che si vedono dalle strade (una città temporaneamente senza abitanti stabili, ma viva per il sociale e per il turismo). A ben pensarci non è così in molti centri storici?

I privati che volessero iniziare la ristrutturazione delle loro proprietà, contemporaneamente ai lavori comuni, potrebbero comunque farlo, presentando alla banca la certificazione dell’entità del contributo vidimato dall’USRA e accedere a un prestito a tasso convenzionato, per pagare in corso d’opera, l’impresa che realizza i lavori interni alle loro proprietà.

In corso d’opera l’USRA provvederà a controllare i certificati di pagamento per i lavori comuni, mentre ai privati rilascerà il certificato di corretta esecuzione solo alla fine dei lavori per consentire di estinguere il prestito senza immischiarsi nei rapporti tra impresa e privato.

Se questa ipotesi fosse percorsa, i progettisti non dovrebbero concentrare la loro azione nella redazione delle schede parametriche, ma più proficuamente sulla sola progettazione delle parti strutturali e comuni, ovvero quelle “visibili” dalla strada, perché solo questa parte del progetto sarebbe sottoposta alle verifiche degli enti pubblici demandati al rilascio delle autorizzazioni a costruire e formerebbe oggetto del contributo per la parte non determinata parametricamente.

Per accelerare la fase di verifica progettuale si potrebbe istituire la prassi della verifica contestuale del progetto coi progettisti per spiegare meglio i contenuti e le soluzioni progettuali adottate nel singolo intervento.

Nessuna priorità imposta. Chi é più veloce inizia prima fino a concorrenza del disponibile nell’anno.

In breve tempo la città realizzerebbe le parti comuni visibili (per realizzare le sole parti comuni s’impiega la metà del tempo che ristrutturare anche gli interni dell’edificio) e quindi “perderebbe” la gran parte dei ponteggi e delle puntellature, non più necessarie per eseguire le opere interne e assumerebbe almeno esteriormente la sua fisionomia urbana e commerciale promotrice del turismo e dell’identità locale, seppure molti palazzi potrebbero avere al loro interno alloggi ancora “al grezzo”, che però sarebbero “sistemati” in un secondo tempo in funzione delle esigenze dei singoli proprietari.

I finanziamenti pubblici sarebbero sufficienti, perché sarebbero impegnati subito, ma spesi in due tempi.

Prima si realizzerebbero le parti comuni e le attività commerciali, poi si procederebbe al recupero funzionale degli alloggi privati.

Per completare il quadro mancherebbe una proposta per coordinare, organizzare e soprattutto per controllare efficacemente i lavori di ricostruzione. Magari, ne parleremo un’altra volta.

*Ingegnere umbro

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