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L’Angolo delle Storie: Quel che resta di Irène

di Roberta Di Pascasio*

In attesa di vedere al cinema la trasposizione di ‘Suite francese’, oggi vi parliamo di un altro romanzo della grande Irène Némirovsky dal titolo ‘I falò dell’autunno’.

Poco prima di morire, la vecchia signora Pain sogna di attraversare con la nipote Thérèse vasti campi in cui ardono dei falò: [i]“Vedi”[/i] le diceva “[i]sono i falò dell’autunno; purificano la terra, la preparano per nuove semine. Voi siete ancora giovani. Nella vostra vita, questi grandi falò non hanno ancora cominciato ad ardere. Si accenderanno. Devasteranno molte cose…”[/i].

Succederà proprio questo ai protagonisti de ‘I falò dell’autunno’ della scrittrice nata in Ucraina da una ricca famiglia ebrea, cresciuta da una governante francese che colma con la sua presenza il totale disinteresse della madre, e poi fuggita in Francia nel 1919 per evitare la Rivoluzione russa.

Gran parte dei suoi romanzi sono incentrati sulla guerra, su questa grande ferita sul corpo del mondo che la Grande Guerra rappresentò soprattutto per i giovani, che partivano pieni di ideali di onore, di dovere patriottico, di speranze di gloria e poi tornavano a casa feriti nel corpo e nella mente, distrutti, con l’unico grande desiderio di vivere, di divertirsi, di non pensare, di non sacrificarsi più. [i]“Non si torna indenni dalle regioni infernali”[/i]. Questo succede anche al diciottenne Bernard, piccolo eroe temerario che si arruola volontariamente a diciotto anni inseguendo i suoi sogni di grandezza e di gloria e che, smesso di combattere, si trasforma in un adulto cinico e disincantato, bramoso di vivere, di avere lusso, piaceri, donne; per questo è pronto a sacrificare tutto, in seguito pronto anche ad allontanare la famiglia, la moglie, i figli, simboli di quella vita piccolo borghese che lo angoscia e lo deprime, per unirsi a quella folla luccicante di affaristi, faccendieri, trafficanti, politici corrotti, che vivevano e godevano alle spalle dei poveri illusi, che cercavano di sopravvivere o che finivano per morire di stenti in battaglia.

La spregiudicatezza di questa massa di approfittatori sarà ancora più evidente nel dopo guerra: [i]“adesso la vita è più semplice” [/i]pensava Bernard [i]“prima ci si tormentava per un mucchio di cose: il dovere, l’onore, gli scrupoli di coscienza, le storie d’amore. Adesso il problema è uno solo: come guadagnare più in fretta possibile la maggior quantità di denaro possibile… si fanno soldi con tutto e con niente. Raccomandazioni, favoritismi, complicità…”[/i]. Ma sarà alto il prezzo da pagare.

Un romanzo intenso, amaro e arrabbiato, un’invettiva contro la guerra ma anche contro il suo paese, colpevole di essere impreparato, corrotto, opportunista. La delusione e l’amarezza della scrittrice è netta e soprattutto commovente, se pensiamo che il romanzo venne terminato proprio nel 1942 – quando in Francia, a causa delle leggi razziali emanate dai tedeschi, nessuno correva il rischio di pubblicare né questo romanzo né altre opere della scrittrice ebrea –, lo stesso anno in cui riuscirono ad arrestarla. Si cercò di salvarla, soprattutto il marito, l’ingegnere Michel Epstein, ci provò disperatamente. La Némirovsky venne deportata nel campo di concentramento di Auschwitz, dove morì di tifo un mese dopo. Aveva soltanto 39 anni. Il marito morì nello stesso anno, nella camera a gas.

Di lei come scrittrice non si seppe più nulla per molto tempo, nonostante il successo avuto negli anni ’20 e ’30 con le sue prime opere. Fu solo grazie alla figlia Elisabeth, che negli anni aveva continuato a trascinare con sé il baule della madre pieno di lettere e di manoscritti, che le sue opere inedite furono pubblicate. La stessa figlia che ne ha curato in seguito la biografia e per la quale la madre aveva cominciato a scrivere spinta dal vuoto d’amore subìto durante l’infanzia, dalla sua solitudine affettiva. E infatti Irène scrive “da un’infanzia infelice non si guarisce mai”. Così come non si guarisce e non ci si salva dalla guerra, che lascia dietro di sé soltanto una lunga scia di fuochi spenti e di cenere.

[i]*Roberta Di Pascasio è attuale responsabile dell’agenzia letteraria ‘Ponte di carta’ di Avezzano, laureata in Lettere moderne alla Sapienza di Roma. E’ stata collaboratrice dell’Università di Teramo per un progetto CEE relativo al turismo culturale in Abruzzo. Ha maturato corsi e laboratori di scrittura creativa presso la Minimum Fax e la scuola Omero, oltre ad un corso di specializzazione in editoria nel cassetto dei traguardi ottenuti.[/i]

{{*ExtraImg_219967_ArtImgRight_333x500_}}Pubblicazioni:

[i]Pubblicazione della tesi di laurea ne ‘I quaderni del Cardello’ a cura dell’editore Longo, Ravenna;

Romanzo ‘Le porte di Cocteau’ pubblicato da Giulio Perrone editore di Roma, 2008;

Romanzo ‘e-mozioni da poco’ pubblicato dall’editore Edimond (Premio Città di Castello), 2012.
Racconto ‘L’amore si impara’ (Premio letterario nazionale Bukowski) presente nell’antologia ‘Bukowski. Inediti di ordinaria follia’ edita da Giovane Holden edizioni;

Prossima pubblicazione una raccolta di racconti nella collana Battitore libero della Giovane Holden edizioni.[/i]

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