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Viabilità regionale: gioie e dolori della Riforma

di Fulgo Graziosi

Le riforme sono belle. Portano innovazione. Dovrebbero creare anche economie, alla condizione che siano opportune, necessarie, razionali e indifferibili. Il “papocchio” della diversa collocazione delle Province non produrrà gli effetti positivi preannunciati dal Presidente del Consiglio. Con ogni probabilità, invece, aggraverà ancora di più le precarie condizioni della spesa pubblica. Chi ne pagherà gli effetti?

I Parlamentari certamente no, perché loro sono e saranno sempre esenti da responsabilità nell’esercizio delle funzioni istituzionali, anche se il danno viene causato scientemente a carico della collettività. Oggi ci occuperemo del nuovo assetto della viabilità. Come abbiamo ben capito tutti, le Province sono state esautorate di quasi tutte le competenze istituzionali e politiche. A meno che non intervengano opportunamente la Direzione Centrale della Corte dei Conti e la stessa Corte Costituzionale per cercare di raddrizzare le recenti palesi storture. Comunque, prendiamo atto della situazione attuale. Le Amministrazioni Provinciali sono state declassate e ridotte a semplici agenzie regionali. Non può essere diversamente, visto che i Consigli Provinciali non vengono eletti dal popolo, essendo formati da uno sparuto gruppo di Sindaci del territorio di appartenenza, senza alcun potere decisionale.

La viabilità provinciale aveva già subito un trauma economico finanziario con l’entrata in esercizio delle Regioni. Più che di trauma, converrebbe parlare di un vero e proprio furto.

Per capire bene l’arcano i contribuenti dovrebbero sapere che il Ministero dei Lavori Pubblici, competente in materia, aveva stabilito, negli anni sessanta, di corrispondere alle Province un contributo di £ 300.000/Km.

All’epoca fu stabilito anche di fissare in Km. 4,5 la lunghezza del cantone stradale, sul quale il cantoniere avrebbe dovuto effettuare la sorveglianza e l’ordinaria manutenzione. In totale il ministero erogava un milione e 350 mila lire. Il costo annuale del salario del cantoniere, comprensivo degli oneri assicurativi, si aggirava attorno al milione e cinquantamila lire. Alla Provincia restavano circa 300 mila lire, con le quali provvedeva ad acquistare il breccia per le banchine stradali, il vestiario per il cantoniere e gli attrezzi più elementari per l’esecuzione dei lavori. Possiamo assicurarvi che restavano nelle casse della Provincia alcune decine di migliaia di lire, che andavano a formare il fondo per la straordinaria manutenzione. Le strade erano ordinate.

I piani stradali in perfetta efficienza. La disciplina delle acque era efficace, in quanto i cantonieri tenevano in ordine sia le bocchette di scolo che le sottostanti cunette. Gli utenti della strada erano perfettamente al sicuro, anche sotto l’aspetto dei soccorsi in caso di eventuali incidenti, grazie alla presenza del personale stradale. Il richiamato contributo non è stato mai aggiornato dal Ministero. Comunque, costituiva sempre una boccata d’ossigeno per le Province.

Arriviamo al 1971. L’anno della riforma tanto sospirata. La costituzione delle Regioni. Il contributo ministeriale per la manutenzione stradale venne mantenuto dal Ministero, ma l’erogazione passava attraverso il filtro della Regione. Per un paio d’anni, fino al 1974, il finanziamento ministeriale venne inteso come una normale partita di giro, per cui il contributo venne regolarmente trasferito alle Province, anche se con notevole ritardo. Dal 1975 in poi, fino agli anni novanta, la Regione incamerò arbitrariamente il contributo, senza fornire alcuna giustificazione in proposito. Le Province reclamarono i diritti previsti dalla normativa e consolidati nel tempo. Non furono neppure ascoltate. Dopo il 1990, ogni tanto, veniva effettuato qualche modesto versamento, tanto per abbassare temporaneamente i toni delle proteste. Nel frattempo l’Unione delle Province Abruzzesi elaborò una particolareggiata relazione giustificativa dei conteggi relativi alle erogazioni non effettuate dalla Regione, minacciando di aprire un contenzioso legale. Uno dei Presidenti fece naufragare l’iniziativa per non irritare la Giunta Regionale, avendo delle aspirazioni di candidarsi alla Camera dei Deputati. La proposta venne raccolta, invece, dalle Province Marchigiane che si rivolsero direttamente al Tribunale Civile. Ottennero un successo pieno, tanto che la Regione Marche si affrettò ad approvare una legge regionale per restituire alle Province le attribuzioni ministeriali, evitando di ricorrere in appello. Inoltre, con la stessa legge la Regione aggiornò i costi di manutenzione delle strade, disponendo a favore delle Province un finanziamento adeguato ai costi di manutenzione.

Oggi, le Amministrazioni Provinciali non dispongono di un solo euro per far fronte alla manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio stradale. L’aspetto gravissimo, sotto l’aspetto della sicurezza per l’utenza, è sotto gli occhi di tutti per tutto ciò che avviene quotidianamente. L’Ente Provincia non ha neppure i fondi per sottoscrivere le polizze di assicurazione per la responsabilità civile. Inoltre, la figura del cantoniere è stata abolita da anni per far posto alle squadre di pronto intervento, che non hanno dato gli esiti sperati. L’erba sugli argini cresce a dismisura invadendo anche parte della piattaforma stradale. Per tagliare l’erba bisogna ricorrere al pubblico appalto e la vegetazione viene tagliata quando comincia a seccarsi. Le bocchette di scolo delle acque e le cunette sono scomparse del tutto, per cui, quando piove, il piano stradale diventa un torrente, sempre più impetuoso, fino al punto di rompere l’argine stradale, trascinando a valle le scarpate e gran parte del piano stradale, dando luogo a vere e proprie frane. Il manto stradale, a causa dei mancati interventi di manutenzione, assume l’aspetto di un campo di battaglia, pieno di buche che, il più delle volte, provocano danni alle strutture meccaniche dei veicoli e incidenti più o meno gravi per gli utenti. I territori maggiormente esposti al rischio delle frane e degli smottamenti ricadono nelle Province di Chieti, Pescara e Teramo. Si cominciano a registrare anche in Provincia dell’Aquila, anche se in proporzioni più ridotte. Ora la competenza, per effetto della richiamata riforma, è tutta di competenza della Regione che, con ogni probabilità ancora non entra nell’ottica della operatività.

Siamo portati a credere che non abbia neppure le risorse finanziarie adeguate per far fronte alle reali esigenze per riportare in efficienza il patrimonio stradale abruzzese che, negli anni settanta, era ammirato ed invidiato da tutte le Province d’Italia, soprattutto per l’efficace gradi di manutenzione.

Il Governo, nella fretta di creare gli “specchietti per le allodole”, per far vedere che avrebbe operato all’insegna del contenimento della spesa pubblica, ha scompaginato gli equilibri amministrativi con la riforma delle Province.

Ha trasferito, di fatto, materia e competenze alle Regioni senza la necessaria copertura finanziaria. Sta ponendo in seria difficoltà le stesse Regioni, che non sanno ancora dove mettere le mani. Ha provocato, in termini di efficienza, una ricaduta negativa per l’inarrestabile degrado del patrimonio stradale che, oltretutto, pone in costante pericolo la incolumità dell’utenza stradale. Vogliamo augurarci che il Governo veda, si ravveda e provveda con la massima tempestività, senza accusare di inefficienza le Regioni, così come ha fatto con le Province, facendole morire di inedia per la mancanza di risorse finanziarie.

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