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Festa del ‘Divin suino’ a Colle Marino di Forcelle

di Valter Marcone

L’associazione culturale Santo Stefano organizza per il 14 e 15 marzo la festa del “Divin suino” a Colle Marino di Forcelle, in territorio di Tornimparte, con un invito a cena per sabato 14 dalle ore 19 e uno a pranzo per domenica dalle ore 12.30. Menù con panonte, spuntature di maiale e costatelle, in un clima di musica dal vivo in tendoni riscaldati. Un euro di ogni menù venduto sarà devoluto a “L’Aquila per la Vita”.

{{*ExtraImg_235908_ArtImgRight_300x442_}}La ghiotta occasione della festa del “Divin suino“ che si terrà a Colle Marino di Tornimparte ci induce a parlare ancora una volta del tema del maiale nella cultura contadina e nella tradizione popolare abruzzese. Nell’intento di fare cosa gradita al lettore si torna a ricordare, in sintesi, una delle espressioni più interessanti della cultura del territorio, richiamando alla mente anche anni lontani della nostra vita e figure a noi care. Per lasciare poi agli specialisti un vero e proprio esame delle tradizioni legate alla storia delle nostre campagne che hanno come protagonista il maiale, che l’intento di questo articolo non può avere. Tanto è che oscilla, sia chiaro, tra il maiale della cultura contadina a Peppa Pig, una straordinaria maialina di 4 anni che vive in un piccolo paese britannico, su una collinetta, con la famiglia – la madre, Mamma Pig; il padre, Papà Pig e il fratellino George di due anni, Nonno e Nonna Pig – e una serie di amici di altre specie animali – Susy Pecora, Rebecca Coniglio, Danny Cane, Pedro Pony, Emily Elefante e altri – del fenomeno televisivo ha tutte le caratteristiche, apparsa per la prima volta il 31 maggio del 2004 quando venne al mondo, anzi in tv, in Inghilterra, su Channel 5. Ma fuori dallo scherzo possiamo dire che del maiale resta tutto, ossia non si butta nulla. Tanto che “[i]orto e porco sono la ricchezza del contadino[/i]“.

Il maiale era tutto nell’alimentazione contadina, ne era la dispensa, come ammonisce il proverbio “[i]orto e porco la ricchezza del contadino[/i]”. Non si buttava nulla, tanto che il preteso tabù della sua impurità si è rovesciato nel simbolo dell’abbondanza, la grascia. Il rito della sua macellazione è ancora una delle feste contadine più gioiose ed è legato in molte regioni ai riti per festeggiare l’eremita Sant’Antonio del porcello nella notte del 17 gennaio.

{{*ExtraImg_235909_ArtImgRight_300x329_}}La macellazione del maiale ha in sé il sapore di un rito. Del peso del’animale va orgogliosa la famiglia che l’ha allevato, il rendimento delle carni è un vanto, una giustificata fierezza. Nei periodi di grande carestia era una ricchezza, era invidia per chi godeva di questo beneficio; era un’alternativa alla fame alla fine dell’invernata, quando le provviste scarseggiavano o erano terminate. E’ un rito antico legato al mondo contadino e alle sue espressioni ormai quasi in via d’estinzione.

Nella cultura contadina del nostro territorio, l’uccisione del maiale assume un forte valore simbolico ed è un momento di sentita aggregazione sociale. Il consumo del maiale segue sempre un iter cronologico dall’uccisione alla fine dell’anno: subito dopo la macellazione vengono consumati sanguinacci, ossa bollite, cicciolata, poi in successione salsicce e cotechini, a carnevale si assaggia il primo salame, a fine estate la pancetta, poi le coppe e vicino alla fine dell’anno prime le spalle e poi il prosciutto.

Al maiale è legata anche una figura, quella del norcino. Questo termine in epoca medioevale fu dato in senso dispregiativo per indicare una delle figure minori che si erano sostituite a quella del chirurgo. Il norcino, infatti, insieme al cerusico, al cava-denti, al concia-osse, che viaggiavano spesso in compagnie di ambulanti in giro per le campagne, si prestava a praticare anche piccoli interventi chirurgici.

Era l’epoca in cui la Chiesa osteggiava ogni attività cruenta relativamente all’aspetto medico, perchè era stato sancito in alcuni Concili che “[i]Ecclesia abhorret a sanguine[/i]”. I norcini conosciuti anche nell’antica Roma come esperti nell’arte di castrare i porci e lavorarne le carni, eseguivano anche piccoli interventi, quali incidere ascessi o cavare denti o steccare qualche frattura. Non ebbero mai una considerazione dal punto di vista medico, anche se alcuni di loro dimostrarono abilità in tecniche innovative che li spinsero a interventi maggiori, quali asportazione di tumori o interventi per ernia o cataratta, e furono anche molto richiesti per la castrazione dei bambini che dovevano essere avviati alla carriera lirica o teatrale come voci bianche.

Dell’uccisione del maiale Alberto Bevilacqua, sul “Corriere della sera”, dà una descrizione efficace e pittoresca, quasi da corrida spagnola:“[i]… il maiale avanza, si guarda ferocemente intorno, e mentre vorrebbe far marcia indietro, ritrovando il conforto dei compagni, un istinto vendicativo, più forte del terrore, lo induce ad identificare ed aggredire la morte nella figura del norcino che, distante una ventina di metri, lo aspetta col rampone nella sinistra, lo stiletto nella destra. La bestia, allora, s’acceca e scatta in una corsa suicida. Il norcino dev’essere lesto a immergergli il rampone nella gola, e a stilettarlo al cuore. Basta un appannamento di riflessi per finire dilaniato come un torero; il maiale inferocito è anche più implacabile del toro[/i].”

In una economia di sussistenza la carne di maiale, per lungo tempo, è stata l’unica di cui la famiglia contadina poteva disporre, anche se con molta parsimonia.

Scrive Romeo Medici in http://storage.aicod.it/portale/museidelcibo/Il-maiale-nella-tradizione-rurale.rtf “[i]la società rurale che, nel momento stesso nel quale ha trovato in questo animale la fonte principale per soddisfare al suo fabbisogno di proteine nobili, perfettamente idoneo per una economia povera, ha anche portato la lavorazione delle relative carni, nell’intento di conservarle per distribuirne il consumo lungo tutto l’arco dell’anno, a un livello di eccellenza, di autentica civiltà alimentare, tra i più significativi nella storia e nella cultura dell’alimentazione umana[/i].

{{*ExtraImg_235910_ArtImgRight_300x212_}}Ma il maiale è arrivato tardi tra gli animali addomesticati dall’uomo. Nato selvatico, è stato addomesticato dopo le pecore, le capre e alcuni ruminanti. L’addomesticamento risale quasi certamente al VII o VI millennio avanti Cristo ed è legato alla fase di sedentarizzazione dell’uomo. Si tratta di un fenomeno che riguarda l’uomo e la sua storia. Fino a che l’uomo è stato nomade i maiali sono rimasti selvatici. Il maiale non è stato dunque proprio il primo amico dell’uomo. Lo hanno preceduto il cane, gli ovini e certi bovini. Malgrado ciò è stato uno degli animali il cui allevamento si è diffuso con più abbondanza alla comparsa dell’agricoltura. La facilità di nutrirlo, mangia di tutto, la ricchezza della sua carne e del suo grasso, la facilità di riproduzione hanno favorito dunque il suo allevamento.

Gli studiosi si domandano ancora, dopo millenni, quale sia l’origine del maiale domestico. Alcuni naturalisti lo fanno risalire al cinghiale. Quest’ultimo è comparso durante l’era terziaria, nel Miocene, ossia una trentina di milioni di anni fa. Appartiene alla famiglia dei Suidi che e lo precedono di almeno altri venti milioni di anni. Infatti i primi cinghiali si suddividono in due razze Sus scrofa in Europa e Sus virtatus nell’Asia orientale e se dapprima alcune teorie hanno affermato che entrambe abbiano dato vita all’attuale maiale, di recente gli zoologi sembrano propendere per una separazione più netta, fin dalla Preistoria, tra il cinghiale e il maiale domestico.

Entrambe le razze hanno una pelle ricoperta da setole dure, una coda sottile e arrotolata, canini molto sviluppati, quattro dita ai piedi di cui solo due appoggiano a terra e le altre due sono atrofizzate. I maschi del maiale in alcune regioni dell’Asia venivano uccisi prima delle femmine, che erano tenute in serbo per la riproduzione, proprio all’inizio dell’invenro quando era più difficile trovare alimenti anche per loro.

L’addomesticamento è confermato comunque da tre elementi importanti: la macellazione precoce dei maschi, la rimozione dei canini e la castrazione come risulta da scavi in siti storici e protostorici. In nessun caso si è trovata traccia di addomesticamento prima del VII millennio avanti Cristo. L’addomesticamento ha comportato alcune modificazioni anatomiche nell’animale: la corporatura si riduce, si accorciano i denti, il muso e gli arti, i piedi si fanno più massicci. Si suppone che siano occorse tra le venti e le venticinque generazioni di suini, all’incirca un secolo, per passare dall’animale selvatico a quello domestico. A partire dal III millennio avanti Cristo il maiale è presente in tutto il bacino mediterraneo eccetto i territori del Maghreb e in quest’area ha dato appunto vita a storie e tradizioni che sono il substrato di quelle che ancora oggi possiamo sentire dal racconto degli anziani e possiamo rivivere proprio in manifestazioni come quelle di Colle Marino.

Proprio per richiamare appunto una tradizione del Mediterraneo va ricordato, per esempio, che in Egitto il maiale si mangia ora solo nei giorni di luna piena. Infatti la sua carne disprezzata dai popoli nomadi del deserto fu tenuta in gran rilievo dalle popolazioni di agricoltori lungo il Nilo fino a quando si verifica un suo progressivo abbandono nell’alimentazione perchè divenuto animale riservato al culto di Osiride a cui è dato in sacrificio. Da animale sacro a Osiride dio del Nilo il maiale diventa attributo di Seth il dio demoniaco della mitologia egizia rappresentato talvolta come un maiale nero che divora la luna. In oriente il maiale viene ritenuto da molti popoli animale impuro e tabù. Ebrei, Fenici, Cananei, Cretesi e gli Etiopi lo ritengono un animale impuro. Gli antichi greci invece ritennero il maiale, in epoca arcaica, molto importante per l’alimentazione e quindi il maiale diventa un animale da sacrificare agli dei ma anche da consumare abitualmente sulla tavola di tutti i giorni. Romani, Germani e Galli apprezzano la sua carne più di quella del montone e sacrificano l’animale a Demetra, dea dell’agricoltura.

Mitologia, religione, tradizioni popolari ed esigenze alimentari compongono dunque il blasone di un animale che rimane nei millenni un soprendente compagno di viaggio nell’avventura dell’uomo sulla Terra.

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