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Ma quale festa delle donne?

di Raffaella De Nicola

E’ arrivato di nuovo questo imbarazzante e svuotato 8 marzo, merchandising di mimose e ristorantini, un giorno di festeggiamento contro i non pochi 364 dell’uomo. Un solco a forbice, decisamente importante se, a parità di mansioni, le donne in Italia ancora risultano pagate meno del 30%, surclassate dal vantaggio anche fisico del maschio italico che caro ci costa: nel 2013 una vittima ogni due giorni (come dire, da quando leggerete questo pezzo a quando l’ho scritto un’altra donna sarà stata uccisa).

Storia vecchia, in realtà, è lo sguardo di Artemisia Gentileschi, unica pittrice famosa nel monopolio maschile, trasfigurato nelle sembianze di Giuditta con in mano il capo che decapiterà di Oloferne, lo stupratore che la violentò, ingannò e umiliò, nonostante lei avesse subito la tortura dello schiacciamento dei pollici per accertare la verità. Soprusi fisici che ancora non trovano, nonostante gli annunci propagandistici di Renzi, un Piano nazionale contro la violenza sulle donne, “operativo da gennaio 2015” secondo una promessa, come tante, ahimè, mancata.

D’altro canto tette e sculettamenti hanno garantito profumate retribuzioni in incarichi politici di donne (il cui apporto misterioso forse un giorno sarà scoperto in qualche grotta di Saturno) che non festeggeranno la mimosa mummificata nel ristorantino di quartiere, il piacione di turno che ti ammalia con le pallette gialle rinsecchite del fiore abusato (ah se potesse parlare!), innaffiato da potenti antibiotici per sostenere il ruolo di omaggio floreale, salvo poi polverizzarsi la sera stessa, mentre ti danno gli auguri. Ma gli auguri di che?

Qui, da noi, abbiamo avuto megere travestite da donne di stato, la Iurino, prefetto del post terremoto, fingeva, nella sua commedia d’arte, di commuoversi davanti gli scheletri delle case, stringendo mani di donne dai lutti tatuati a vita. Una recita che investe altre donne, protagoniste ad ogni costo, presenzialiste fuori luogo, sedotte dall’abbaglio di potere e telecamere.

Ma c’è anche altro, l’eterno femminino, archetipo di fascino, linguaggio genitrice di aneliti che muovono e trivellano mondi e creatività, protagoniste o comparse, donne angelicate o avvelenatrici, streghe o madri, passate sinuosamente tra la belle epoque e i caffè chantant, all’insegna dell’edonismo, provocazione e bellezza, rivestitesi poi di impegno ed arrivate, solo 70 anni fa, al suffragio universale del 1945.

Qualche anno prima Patini aveva fissato la fatica delle donne abruzzesi in Bestie da soma, sfinite come ora, e ancora prima il ruolo ancestrale delle donne genitrici era stato l’oggetto scandaloso dell’origine del mondo di Courbet. Delirio e destini.

Basta allungare lo sguardo in altre culture per vedere donne interrate, solo il viso disperato fuori, circondate da uomini che le lapideranno, o bimbe infibulate, o abusate che si daranno fuoco per l’umiliazione di non aver avuto giustizia. E’ Artemisia Gentileschi che ancora torna, con l’ombra dello stupro che la costrinse ad andare via da Roma e rinnegare il matrimonio riparatore combinato dal padre per recuperare un’autonomia artistica e personale che l’identificarono icona del femminismo.

Siamo lontani, insomma, da una condizione di parità (che si festeggi è la prova provata), blandendo le masse con le pizze, i ristoranti, le mimose e questo enorme regalo che quest’anno ci viene dato: la libertà, in anticipo per buona condotta, dall’8 marzo a Berlusconi che così tanto ha onorato, ed innalzato, il mondo femminile. Non vediamo l’ora di vedere gli effetti benefici della sua rieducazione, perché questo ancora ci manca.

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