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L’Aquila e le Olimpiadi di Roma 1960

di Enrico Cavalli*

Di recente spazio è stato dedicato dai [i]mass media[/i] locali, al dibattito sulla candidatura dell’Aquila come sede e parte dirigente del Comitato promotore per la [i]kermesse[/i] a cinque cerchi olimpici di Roma 2024.

La questione andrebbe inserita nel generale rapporto fra la vicenda sportiva in sé ed i risvolti sociali del capoluogo abruzzese, in tentativo di uscita dalla fase più lenta e difficile del post sisma 2009. Sennonché, in linea a certe metodologie di politica-mediatica, la materia in oggetto è stata affrontata scevra di qualsivoglia inquadramento storico, seppur latamente utile ad infondere un sostrato ideale ad una simile progettualità civica.

Infatti, L’Aquila si propose in passato a sede olimpica in suolo italico e romano, precisamente, per quella del 1960 e programmata a fine anni ’40 del secolo scorso, a sugellare l’ascesa democratica ed economica di un paese distrutto dalla seconda guerra mondiale. La classe politica aquilana sortita dal Ventennio, in chiave trasversale, appariva consapevole della importanza sociale dello sport. Le personalità dei Natali, Lopardi, Chiarizia, Rivera, non mancarono occasione di dare visibilità alla città tramite le strutture agonistiche di avanguardia di cui disponeva e perciò eletta fra le capitali sportive della penisola già all’anteguerra; si pensi, durante il contenzioso regionalista, allo sforzo per vedere attribuito a L’Aquila la sede della FIGC, sebbene diversamente andò per quella FIDAL, a vantaggio di Sulmona e poi di Pescara.

{{*ExtraImg_235452_ArtImgRight_300x334_}}All’annuncio dell’edizione olimpica di Roma, dunque, il ceto politico ed imprenditoriale aquilano agì all’unisono e fattivamente, distinguendosi nel raggiungimento di un obiettivo civico Vincenzo Rivera. L’onorevole fautore del nuovo Ateneo cittadino, a difesa di una L’Aquila sede di preparazione olimpica della nazionale di atletica anche a fronte del pionieristico tricolore sul mezzofondo nel 1921 a Fiume di Gianni Baglioni, così, intrattenne una corrispondenza con il Sottosegretario allo Sport, Giulio Andreotti, cioè, il sovraintendente governativo alla grande stagione del CONI, inaugurata nel 1946 (e fino al 1978) di Giulio Onesti.

A causa di una mancata convenzione per lo stadio aquilano fra CONI e Comune nel 1942, alla fine, prevalse la scelta di Perugia per il ritiro della nazionale di atletica leggera. Ma, per Andreotti come assicurava all’onorevole Rivera, in una cordiale e personale missiva (Cfr. [i]Le Origini Sociali dello Sport Aquilano[/i], Biemme, 2011, pag.52 ), L’Aquila sarebbe stata tenuta in debita considerazione nel varo del programma olimpico nazionale in virtù del suo blasone.

Comunque, si innescò una polemica giornalistica riportata da “[i]Il Momento[/i]” del 27 giugno 1947, fra il sindaco liberale Carlo Chiarizia e il rappresentante provinciale del CONI Giuseppe Mori; sicché, la competenza istituzionale dello stadio passava sbrigativamente al comune, cioè, nelle mani di Alberto Carlei ex pioniere del calcio e sorta di alter ego rispetto a Tommaso Fattori in tema di impiantistica, da rimodulare nel 1957 a dodicimila posti a sedere e alla massima sicurezza (la seconda verifica di agibilità si è avuta due anni fa).

Precedute dalla scomparsa, nel giugno 1960, di Tommaso Fattori, cui unanimemente, su iniziativa del Panathlon, si intitolerà l’ex ”Littoriale-XXVIII ottobre”, si arriva finalmente alle Olimpiadi di Roma 1960 che coinvolsero le realtà abruzzesi più solide sportivamente, perciò non solo L’Aquila, ma anche Pescara, dal 1955 attrezzata dal polivalente stadio ”Adriatico”. Il capoluogo regionale ospitò gare del calcio olimpico fra Ungheria-India (2-1), Danimarca-Tunisia (3-1), Bulgaria- Repubbliche Arabe Unite (2-0), tutte condite da folto pubblico e vicende diplomatiche a metà fra il protocollo e il pittoresco per la presenza in tribuna di dignitari e ambasciatori orientali. A corollario del contributo aquilano ai Giochi di Roma, la designazione a giudici di gara dell’atletica all’Olimpico dell’Urbe di Emilio Mori, già ostacolista a Berlino 1936, e professor Nicola Bruno, entrambi tra i fondatori del Panathlon cittadino.

Le Olimpiadi 1960, per L’Aquila, furono un traguardo di visibilità civica e un volano alla movimentazione dello sport municipale che, intanto, registrò il restyling del calcio in C di livello, il rugby in procinto di scudetti e lancio delle stesse discipline apparentemente dal minore seguito popolare, tipo tennis, pattinaggio e quelle al coperto, e di una diffusa cultura agonistica, interagente positivamente con gli altri settori di una civicità in grande fermento morale e materiale.

Per concludere, in circostanze, socialmente parlando, fino ad un certo punto differenti rispetto a quelle post 1945, allora come oggi lo sport ha valenza di riaggregazione identitaria. Si tratterà di verificare cosa la classe municipale otterrà in termini della sbandierata possibilità di ospitare gare olimpiche di Roma 2024 negli impianti aquilani, magari a partire dal complesso di Acquasanta a distanza di venticinque anni dalla sua ideazione.

*storico

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